“Disarmo Universale”: ultimo discorso di Filippo Turati

 

1931 - Filippo Turati, Pietro Nenni, Claudio Treves e Mene Modigliani al Congresso di Vienna dell'Internazionale socialista



Introduzione

Quando si parla di socialismo italiano, il nostro pensiero dovrebbe andare al suo principale fondatore: Filippo Turati (1857-1932). È pur vero che anche ad altri nomi si potrebbe attribuire una sorta di co-paternità; tra questi, in particolare, ci sentiamo di citarne due: il marxista Antonio Labriola (1843-1904) e l’anarco-socialista Andrea Costa (1851-1910). Tuttavia, per un motivo o per l’altro, questi non ebbero la continuità né l’influenza politica esercitata da Turati. Probabilmente l’unica eccezione cui non starebbe stretta la co-nomina di “padre del socialismo italiano” sarebbe una donna: Anna Kuliscioff (1857-1925). Dapprima compagna di Costa e madre della loro figlia Andreina, divenne poi la compagna dello stesso Turati.

Turati si avvicinò al socialismo proprio negli anni in cui nasceva la Seconda Internazionale (1889), patrocinata da Friedrich Engels (1820-1895). Apparteneva, dunque, alla generazione dei “mostri sacri” del socialismo marxista: Karl Kautsky (1854-1938), il “papa” del marxismo tedesco, aveva solo due anni più di lui, mentre Jean Jaurès (1859-1914) era di tre anni più giovane. Sebbene Turati non fosse un assiduo frequentatore dei Congressi dell’Internazionale, partecipò a quello di Bruxelles nell’agosto del 1891 e al successivo di Zurigo nel 1893; successivamente si concentrò soprattutto sulla politica interna del Parlamento italiano. Molti anni dopo, con la fuga in Francia e il conseguente esilio durante il fascismo, tornò a prendere parte ai Congressi internazionali. Qui presentiamo il suo ultimo discorso, pronunciato a Vienna, che di lì a poco sarebbe stata “inghiottita” dalla Germania nazista.

 

Commento

Al VI Congresso Internazionale Socialista, tenutosi a Vienna nel luglio del 1931, Turati spiega che qualcosa è cambiato… Ma cosa? In Germania, dopo il tentato putsch delle birrerie a Monaco nel novembre del 1923, Hitler, grazie al processo ai putschisti — tra i quali figurava anche il generale Ludendorff — divenne una personalità nota in tutto il Paese. Hitler e il partito per cui fungeva da “tamburino” cavalcarono il forte malcontento generato dalle oppressive richieste di riparazioni di guerra e dal duro atteggiamento della Francia, che proprio quell’anno aveva occupato la Ruhr. Hitler, come del resto l’intera destra reazionaria o semi-reazionaria, riversava ogni colpa sui bolscevichi e sugli ebrei, ritenuti responsabili della condizione in cui versava la Germania. Così, dopo qualche mese di carcere scontato nel 1924, il suo partito tornò a essere politicamente rilevante, soprattutto attorno al tema del Piano Young (1928), che prevedeva il pagamento delle riparazioni fino al 1988. L’ingresso di Hitler nella Nationale Opposition lo rilanciò politicamente; e alle elezioni del 1930, anche grazie a una modernissima campagna elettorale condotta in aereo, che gli permise di visitare rapidamente tutti i principali centri tedeschi, il NSDAP raggiunse il 18%, cioè 6.409.610 voti (contro i circa 4 milioni e mezzo dei comunisti) e 107 seggi, mentre la SPD ne ottenne 143. Nel frattempo, il cancelliere Heinrich Brüning, con una politica finanziaria durissima, tentava di accelerare il pagamento delle riparazioni. Hitler proponeva invece la soluzione più semplice e popolare: non pagare nulla, sostenendo che la Germania non avesse realmente perso la guerra. Propagandava, in sostanza, un “Make Germany Great Again” ante litteram. Sorprendente, vero? È in questo contesto che scrive Turati, ben consapevole di quanto la SPD fosse impantanata nella polemica finanziaria, combattuta com’era tra il rifiuto delle facili ricette e l’incertezza sulla posizione da assumere nei confronti del governo Brüning. Ma Turati non desidera dedicare il suo intervento alla questione finanziaria.

Egli, con apparente sbrigatività, definisce il fascismo così:

Il fascismo è la guerra… la guerra non è che il fascismo.”

Per Turati, il fascismo è al contempo padre e figlio della guerra. La guerra non è altro che un fascismo tra le nazioni.

Ora, questo concetto non può avere un valore assoluto: se così fosse, l’idea stessa di fascismo dovrebbe astrarre completamente dalla dimensione storica e trasformarsi in un fenomeno pressoché eterno. Turati questo lo sa bene, e infatti precisa: “in quest’ora della storia”. Nonostante l’apparente forzatura, il concetto non è affatto errato. A nostro avviso, infatti, diversamente da quanto sostengono gli storici più rigidi e “formaldeidizzati”, il fascismo è un fenomeno al tempo stesso antecedente e successivo al fascismo storico codificato dal caso italiano. Altrove ci siamo sforzati di proporre una definizione generale di fascismo:

Il fascismo come essenza si pone come paladino dell’individualismo glorificato dal diritto della legge naturale, possedere e arricchirsi, anche a scapito di alcuni aspetti della libertà borghese stessa; esso esiste per mezzo della sua violenza contro chiunque ostacoli la Fortuna e la Gloria della Patria; affida a una gerarchia il compito di attuare con rigore totalitario tale difesa. Il fascismo storico è una delle sue espressioni.[1]

Il fascismo così inteso trascende dunque il fascismo storico, benché Turati si riferisca esplicitamente a quest’ultimo, e in questo senso la sua affermazione può assumere un valore “assoluto”, finché permane la priorità dell’interesse privato entro un contesto capitalistico. Questo era già chiaro a Marx, ancor prima che la parola “fascismo” esistesse. La parola chiave, infatti, è individualismo, per la precisione, individualismo borghese, avrebbe detto Marx. È proprio questa forma di individualismo che spinse l’uomo dell’Ottocento, figlio dei Lumi e delle rivoluzioni liberali, a generare la sua stessa antitesi: il socialismo. Dunque, parlare di guerra non significa parlare di fascismo in tutte le epoche, ma certamente lo era all’epoca in cui scriveva Turati, e, sosteniamo, lo è anche oggi. Si tratta forse di accantonare il concetto di imperialismo? Naturalmente no. Ma è difficile ritenere che persista quella ingenuità che una volta spingeva a spiegare minuziosamente il funzionamento degli interessi internazionali e delle sfere di influenza. La moderna geopolitica “borghese” ha ormai normalizzato, e in larga parte neutralizzato, quel tipo di retorica; di conseguenza, il concetto di imperialismo non ha più la stessa forza demistificante che possedeva un tempo.

Tornando al discorso, Turati collega il fascismo tedesco alla crisi economica e auspica, pro forma, siamo pur sempre nell’estate del 1931, che questa possa risolversi nel migliore dei modi. Come se vedesse già l’abisso. Turati, però, non commette l’errore di spiegare l’insorgere del fascismo tedesco come semplice prodotto della crisi del ’29: egli precisa infatti che è la guerra la vera matrice del fascismo. Studiando da vicino il periodo che va dall’ottobre 1918 al putsch di Kapp [2], abbiamo potuto constatare che la serpe militarista, dalla quale il fascismo si nutre, fosse già allora pienamente visibile. La favola di un fascismo “di marchio italiano” è del resto figlia di un curioso meccanismo di orgoglio nazionale, presente in egual misura negli storici “fascisti”, “antifascisti” e in quelli che si definiscono neutrali. La sintesi agrariosquadrista che trovò la sua massima espressione nella Bassa nel 1921, resa possibile da un arretramento “strategico” dello Stato liberale, non è che una manifestazione del fascismo nella sua definizione più ampia. Che poi quello Stato liberale abbia operato una strategia suicida, è un altro discorso.

Ha dunque ragione Turati a non cadere nell’errore di associare semplicemente l’ascesa di Hitler alla crisi del ’29: la radice è la guerra. Turati richiama anche le posizioni di Léon Blum, che in quel momento si batteva per la smilitarizzazione e, in sostanza, per un’Europa senza frontiere e neutrale. Turati condivideva pienamente questa prospettiva. Ricordiamo però che Blum, di fronte al riarmo aggressivo della Germania hitleriana, tollerato da tutti i principali attori internazionali, dovette drasticamente cambiare linea, promuovendo, contro buona parte della sinistra socialista, la necessità del riarmo. Ricordiamo altresì che la sua originaria posizione antimilitarista gli costò un processo per alto tradimento sotto la Francia di Vichy guidata da Pétain [3]. A chi volesse considerare il cambio di rotta di Blum come una giustificazione dell’attuale riarmo europeo, occorre far notare che Hitler non era affatto, per quanto oggi si possa dire, lo “spauracchio per l’Europa” che alcuni intendono sovrapporre all’espansionismo di Putin. Hitler rappresentava apertamente e direttamente la Germania militarista convinta che la guerra non fosse davvero finita, che l’armistizio fosse stato trasformato nel Trattato di Versailles “a tradimento” dai socialisti “ebrei”, e che la guerra sarebbe stata riaperta non appena la macchina militare tedesca fosse stata nuovamente in grado di ripartire da dove tutto si era fermato nell’ottobre del 1918. Questa non è una sfumatura. Blum se ne rese conto perché Hitler lo dichiarava esplicitamente.

Turati, vivendo ancora un po’ di quella ingenuità preagosto 1914, riconosce però correttamente che lInternazionale socialista ha una funzione preventiva rispetto allo scoppio di una guerra. Nel 1931 non si può più parlare seriamente di unInternazionale, ma sul piano teorico Turati ha ragione: è solo la moltitudine dei lavoratori che può prevenire la guerra. Le macchine del potere capitalistico nazionale faranno di tutto per creare urgenza e insicurezza e, una volta legittimate, stringeranno la presa autoritaria con l’intento di convogliare le masse verso la guerra. Solo i lavoratori, e con “lavoratori” intendiamo quella classe che necessita e dipende dal salario, senza il quale non durerebbe che un paio di mesi, solo i lavoratori così intesi, dunque, e solo se uniti internazionalmente, saranno in grado di prevenire la guerra. Non è un caso che l’ideologia dominante, la quale pretende di non esistere, mistifichi il concetto di classe lavoratrice e ridefinisca continuamente i confini del concetto di nazione, rispolverando quello di Patria e dei suoi “valori”. Siamo nel 2026 e pensavamo di aver superato i discorsi del 1926!

La risposta di Turati è il disarmo universale, e deve essere anche la nostra. Ci piace leggere questo come il testamento politico di un grande socialista marxista.

Disarmo universale!

I socialisti sono nati in antitesi all’individualismo borghese, e il nostro dovere è battersi per il disarmo universale!

 

Cesco

DISCORSO AL VI CONGRESSO

DELL'INTERNAZIONALE SOCIALISTA A VIENNA

30 luglio 1931

 

Vi dirò cose estremamente semplici, prosaiche. Niente "letteratura"; niente sentimentalismo. Nulla, soprattutto, di personale.

Rappresentando un paese cui toccò il triste primato di aver provato, prima e più duramente di ogni altro, la reazione scaturita dalla guerra, reazione che avevamo preveduta, ma contro la quale il tempo e l'esperienza ci erano mancati per armarci in modo adeguato (e fu ventura che, almeno, il nostro esempio abbia servito ad altri paesi per organizzare tempestive difese, come le magnifiche manifestazioni di forza di questi giorni a Vienna ce ne dettero la prova eloquente e confortatrice); il nostro pensiero sul tema ora in discussione, è maturato e preciso. Io non sarò dunque che, in qualche modo, il grammofono fedele, starei per dire meccanico, della voce dei miei compagni italiani.

 

E torno quindi a quello che è, o dovrebbe essere il tema di questo Congresso; il tema che mi parve si sia troppo dimenticato per ragioni che certamente si spiegano (tutto si spiega a questo mondo!) nella prima e seconda Commissione; ragioni di cui riconosciamo l'importanza — si sarebbe degli imbecilli a non riconoscerla — ma che non devono farci perdere di vista il vero tema, il tema centrale del Congresso.

Ripiglierò quindi la mia tesi del Congresso di Bruxelles — che allora non poteva ancora essere compresa da parecchi fra voi, ma che oggi, fortunatamente o disgraziatamente, lo può e lo deve essere.  Torno a parlarvi del fascismo.

Perocché il fascismo è la guerra. In quest'ora della storia, la guerra non è che il fascismo. Non si parla seriamente di guerra e di disarmo, come è scritto nell'ordine del giorno, se si lascia nell'ombra il fascismo.

Il fascismo — mostruoso circolo vizioso — è insieme il padre e il figlio della guerra; la quale, poi, non è che un fascismo fra le nazioni. Guerra internazionale e guerra civile le quali si generano reciprocamente.

Parimenti la "lotta operaia per la democrazia", il secondo punto dell'ordine del giorno — non è, non può essere altra cosa, che la lotta contro il fascismo.

Il fascismo e la crisi tedesca. E in fondo, la stessa crisi economica della Germania, e la ripercussione catastrofica mondiale che se ne teme, anch'essa si connette essenzialmente al fascismo.

Essa è senza dubbio importantissima — ho già detto che sarebbe idiota disconoscerlo — ma non v'è ragione perché occupi da sola, come minaccia di fare, tutto intero il Congresso, perché sostituisca e spazzi via quello che è l'argomento centrale. Essa non è che un episodio — di cui tutti auguriamo la soluzione la più soddisfacente e la più rapida —; ma l'episodio non è il poema.

Fra tre, fra sei mesi, l'episodio, io lo spero; potrà essere risolto. Indiremo noi un nuovo Congresso, fra tre, fra sei mesi, per cominciare a svolgere l'ordine del giorno? Sarebbe assurdo e — lasciatemelo dire — sarebbe anche un tantino ridicolo convertire questo Congresso proletario in un Congresso di banchieri, aggiungiamo, sprovvisti affatto di banche e di casseforti.

Mi sarebbe facile dimostrare — ma il discorso mi condurrebbe lontano, e i quindici minuti regolamentari mi jugulano e la ghigliottina presidenziale mi sta sopra — che anche le cause profonde della crisi tedesca si connettono strettamente alle cause della guerra, e quindi al fascismo.

Mi limito a ricordarvi che, se vi hanno difficoltà perché i soccorsi delle nazioni sorelle alla Germania siano abbastanza pronti e cospicui, esse dipendono soprattutto dal pericolo che tali soccorsi possano servire alla bellicosa reazione hitleriana — ossia guerra ossia, ancora una volta, al fascismo. E lo stesso dicasi della "revisione dei trattati" e della questione spinosa delle "minoranze nazionali" di cui tanto si parla.

Quando il nostro amico Léon Blum diceva, alla 2a Commissione, che sarebbe pericoloso, in questo momento, insistere sulla revisione in blocco dei Trattati e sulla questione delle minoranze, e che ciò che urge non è tanto la modificazione delle frontiere quanto la loro "svalorizzazione" — che altro voleva egli dire (e ciò con infinita ragione) se non che ciò che è davvero urgente è combattere ed abbattere dovunque i nazionalismi bellicosi, restituire a tutti i popoli — maggioranze e minoranze — le libertà elementari, fare in qualche guisa dell'Europa almeno moralmente, una grande Elvezia; il che toglierebbe a tutte le questioni di frontiere e di nazionalità il 90% della loro importanza e della loro asprezza? Io sono, perfettamente, del medesimo parere.

Le due forme di lotta contro la guerra. Dodici anni dopo la guerra — in ciò siamo tutti d'accordo — l'Europa vive ancora sotto l'incubo angoscioso della guerra. Il timore della guerra si libra sopra il mondo e arroventa la febbre degli armamenti. Se c'è un punto in cui l'unità operaia è completa è cotesto. E perciò l'Internazionale ha scritto nel suo vessillo "Guerra alla guerra".

Ma, in questa lotta contro il flagello della guerra, vi è luogo ad una distinzione fondamentale, che De Brouckère scolpì lapidariamente dicendosi: "O noi andremo. al socialismo attraverso la pace, o noi andremo alla pace attraverso il socialismo".

Non credo tuttavia che la scelta dell'uno o dell'altro corno del dilemma lo lasci indifferente. Il primo rappresenta la lotta normale, possibile, e — se fortemente si voglia — probabilmente vittoriosa. Il secondo è la tesi della disperazione.

 

Vi è infatti una lotta preventiva contro la guerra; e vi è una lotta repressiva o consequenziale. La prima ad impedire la guerra; la seconda a farla cessare al più presto possibile. Più ancora: la seconda mira a fare della guerra "repressa" una via di rivoluzione per agitare gli strati popolari più profondi e precipitare la caduta della dominazione capitalistica", come dichiarano i deliberati dell'Internazionale di Stoccarda e di Copenaghen.

Ora, il partito socialista italiano è convinto — e trae questa convinzione dalle esperienze vissute — che l'Internazionale è infinitamente più forte per la prevenzione che per la repressione della guerra.

In tempo di guerra, lo Stato borghese tiene in pugno il massimo di potere esecutivo. Bandita la mobilitazione, tutti i mezzi di comunicazione e di intesa sono sottratti ai partiti di opposizione. Neanche si è certi che gli uffici dell'Internazionale possano funzionare con qualche regolarità: si è certi piuttosto del contrario. Chiuse le frontiere ogni partito nazionale è ridotto all'isolamento, sotto l'influenza, per giunta, delle menzogne della stampa militarizzata. Direi quasi che ogni singolo militante è ridotto alla solitudine della sua coscienza.

Allora, per "agitare gli strati popolari profondi e precipitare il crollo del dominio capitalista" bisogna attendere la fine della guerra; e attenderla, in un ambiente sovraccarico delle violenze dei vincitori e della rabbia dei vinti; in un ambiente e in un momento che è il più difficile, assaliti come saremo, da un lato dalla ferocia dei fanatici della guerra, dall'altro dalla follia bolscevica. Ciò si è già visto; e si vedrebbe ancora!

 

Dunque, prevenire soprattutto! La propaganda del disarmo. Lavoriamo dunque, soprattutto, alla prevenzione della guerra! Il socialismo e l'Internazionale sono ben più attrezzati per questo compito — è anzi forse il solo per il quale siamo veramente attrezzati. Con questo vantaggio: che noi ci sottrarremo a una contraddizione flagrante e paralizzatrice; perché se noi ci perdiamo dietro il fatuo miraggio della rivoluzione di dopo guerra, tanto meno, fatalmente, saremo risoluti nell'opera di prevenzione.

Dunque, il disarmo!

Quale disarmo! Graduale? Proporzionale? Venticinque per cento? Simultaneo? Unilaterale? — Io vorrei esimermi da un esame minuzioso. Come finalità il disarmo cui miriamo non può essere che rapido, totale, universale. Che si sia armati di un pugnale o di centomila mitragliatrici, il pericolo sussiste sempre; e basta un solo brigante armato per intimidire ed obbligare ad armarsi l'universo.

Intendiamo tuttavia, sul terreno pratico, le esigenze della gradualità e della proporzione. Pur ammirando l'esempio illustre del disarmo unilaterale della Danimarca — ma è la Danimarca, ricordiamolo; non è un grande impero spesso e da più parti minacciato — pur proponendo cotesto esempio come suggestione di propaganda, la nostra azione sarà assai più facile e feconda preconizzando il disarmo eguale, simultaneo, concertato, in terra, in mare, nell'aria.

A un tale disarmo ci convien dare però tutto l'appoggio possibile per affrettarlo e per radicalizzarlo. Bisogna non già imprimervi la stitica volontà dei governi, ma animarlo del grande soffio della volontà delle masse. Allora sarà anche facile liberarlo dalle insidiose "rivalità di prestigio", quale ad esempio la famosa "parità navale" rivendicata dal fascismo, che fece fallire lo sforzo della riduzione degli armamenti navali.

 

La società delle nazioni. Per conseguenza, bisogna francamente collaborare con la Società delle Nazioni.

Di fronte a questa, noi ci troviamo nell'identico stato d'animo che, agli inizi del movimento proletario, di fronte ai parlamenti e ai governi parlamentari. A tutta prima li si rinnegò come strumenti malefici e borghesi di oppressione o di inganno della massa. Poi si entrò in Parlamento a puro fine di protesta. In seguito, si prese a collaborarvi, specialmente per le leggi sociali. E, a poco a poco si giunse a riconoscere l'inevitabilità, in date circostanze, nonché della politica di sostegno, della partecipazione a ministeri borghesi.

Stessa cosa per la Società delle Nazioni. Dapprima lo si respinse in pieno cotesto Comitato del "Sindacato dei vincitori". Poi i vinti vi entrarono anche essi e vi collaborarono utilmente; e più vi collaboreranno in avvenire.

Ma concepite voi, o compagni, la possibilità di istituire altrove e altrimenti un organismo internazionale di controllo sulla esecuzione degli obblighi, quali che essi siano, del disarmo? — Forse sarà qui appunto, in seno alla Società delle Nazioni, che si determinerà il primo cozzo fra la democrazia che ne è la base, e i fascismi che hanno fatto tutto il possibile per abolire ogni forma di controllo — della stampa, dell'opinione pubblica, parlamentare.

Ah! come sarà bello, o compagni, veder crollare la maschera pacifista del fascismo italiano, quando gli si chiederà di sottoporsi seriamente al controllo serio della Società delle Nazioni! Controllo, aggiungiamo, che l'Internazionale la spingerà ad estendere ben al di là della tecnica delle costruzioni e della contabilità delle spese.

Il disarmo morale e la duplicità del fascismo. Ma vi è un disarmo che è di gran lunga più efficace e decisivo dello stesso disarmo materiale; ed è il disarmo morale.

Che ne pensate voi di un paese, nel quale ogni propaganda pacifista, col libro, colla stampa, col cinema, con la parola, è severamente proscritta; nel quale un film come "Niente di nuovo dall'Ovest" o il romanzo di Remarque o altre espressioni del genere, non sono ammesse alla circolazione; nel quale solo è consentita la esaltazione di un nazionalismo cieco, brutale, sprezzante tutte le altre nazioni; di un paese in cui si è inoculato un irredentismo fantastico, che ora mira all'Adriatico, ora al Mediterraneo — Malta, la Corsica, Nizza — senza neanche escludere il Canton Ticino?

A quei compagni — ve n'è ancora pur troppo'. — che si lasciano prendere dall'effimero machiavellismo volgare di un Grandi o di un Mussolini, la cui parte in commedia si capovolge secondo che essi a Milano e a Firenze, parlino alle camicie nere, oppure in un giorno di penuria atroce, si rivolgano, per messaggio radiografato, al paese dei dollari (perché nel fascismo vi è l'effimero e vi è il permanente; l'effimero per invocare la elemosina; il permanente è sempre il glorioso randello e la meravigliosa mitragliatrice!); a quei compagni, non di poca ma di troppa fede, io vorrei domandare:

che pensano essi di quella organizzazione militarista della gioventù sin dall'infanzia (Balilla dai sette ai dodici anni, Avanguardie dai dodici ai diciassette, in seguito Corpi d'assalto studenteschi, scolarette armate di moschetto, e così via), organizzazione contro la quale lo stesso Papa ha protestato, e il cui fine confessato è di fare di tutta la nazione fascistizzata un solo esercito — uomini e donne -al servizio del "duce" e della pretesa rivoluzione, ossia involuzione fascista?

Ah! il Papa! Io vorrei bene parlarvene e sarebbe la parte più divertente del mio noioso discorso. Ma il tempo mi manca e il nostro presidente è crudele.

Pensate soltanto alla delusione confessata e tragica di quel disgraziato Infallibile — sovrano ma candidato, come lo fummo noi, alla proscrizione volontaria od involontaria, di fronte all'uomo che gli ridiede il regno e che egli battezzò ed "unse" inviato dalla provvidenza. E ciò vi dirà sulle duplicità del fascismo assai più che non possano le mie parole!

Fascismo, dittatura, guerra - Certe pericolose concessioni. Fra cotesta educazione ultra guerriera e l'educazione democratica dei paesi civili c'è uno squilibrio morale pericolosissimo, che solo la Società delle Nazioni, spinta ed animata dall'Internazionale, potrebbe togliere di mezzo.

Anche se il fascismo sotto la pressione di una crisi economica spaventosa, non pensa in questo momento a scatenare la guerra, la guerra esso la prepara fatalmente e sempre. La guerra è lo sbocco finale di tutte le dittature.

E perciò che non si deve mai, a nessun costo, indulgere al fascismo, e neppure fingere di ignorarlo. Bisogna sentire sempre che là è il nemico e che si deve schiacciare la testa del serpente, dovunque si nasconda.

Ed è per ciò — e qui tocco il punto più delicato del mio discorso, e prego i compagni di ogni paese di non vedere nelle mie accorate constatazioni alcuna intenzione di offesa o di rimprovero, ma solo il compimento di un assoluto dovere — è perciò che non si Può essere veramente per la pace, per la democrazia, per il socialismo, quando si risparmia il fascismo e gli si indulge, in vista di Interessi particolari e transitori di governi e Stati. E converrebbe evitare con ogni studio che nella esplicazione della loro azione Pacifista, altamente sincera e lodevole, i governi democratici e socialisti presi nella tenaglia delle circostanze, dimentichino che accreditare il fascismo per il vantaggio di un giorno è rinvigorire, per un molto lungo domani, il nemico "istituzionale", il più insidioso e malefico della pace e del socialismo.

Comprendo che si tratta qui di una tattica di governo che sfugge forse alla competenza formale di questo Congresso; ma non potevo tacere di fatti che hanno profondamente commosso i cuori doloranti di tutti i militanti antifascisti.

Ancora le minoranze nazionali e la revisione dei trattati. Il fascismo è condannato a barcheggiarsi fra tutte le demagogie. Non bisogna incappare nelle sue trappole.

Certo vi è una questione delle minoranze nazionali per effetto della pace di guerra. La nostra pace, di noi socialisti, non è l'ordine di Varsavia. Tutti i popoli hanno diritto alla vita e a comporsi e ricomporsi a lor guisa.

Perciò preconizziamo la Federazione Europea. Ma non si può che ribellarsi all'impegno cinico della formula "revisione dei trattati" inalberata a un dato momento da Mussolini, per attirare nell'insidia delle sue reti la Germania, l'Ungheria, la Bulgaria, ecc., e riprendere a proprio profitto il Drang nach Osten absburgico, mentre egli schiaccia fino al soffocamento le popolazioni dell'Alto Adige e dell'Istria mercé un programma selvaggio di snazionalizzazione a oltranza, che assale la lingua, le tradizioni, i costumi, persino il culto religioso, e le tombe sacre degli allogeni oppressi. La pace socialista non è la pace fascista. La revisione socialista dei trattati non è la revisione fascista.

Abbattere il fascismo! Il fascismo — e concludo — si oppone diametralmente a tutto il socialismo. Esso è nato per distruggerlo in tutti i suoi principî, in tutte le sue realizzazioni.

Qualcuno, un giorno, poté dire che il fascismo è un affare interno dell'Italia. Quale accecamento! L'esperienza tragica dell'Europa centrale ha fatto crollare così puerile illusione.

Ma spetta a noi, socialisti italiani dispersi, che parliamo all'Internazionale a nome di tutto il popolo italiano, di ripetere incessantemente, di gridare, a tutte le orecchie:

"Il socialismo, la democrazia, la pace, non hanno nemico peggiore del fascismo".

"Se l'Internazionale vuole la pace, la libertà, il socialismo — se essa vuole vivere ed agire; essa deve a se stessa di abbattere il fascismo; per l'Italia, per tutti i popoli; per la vita stessa dell'Internazionale".

Filippo Turati.


[1] Cesco. Il terrore che il piccolo “patriotta” ha che gli si porti via la “roba”! Quintessenza del fascismo di ieri e di oggi. Adattamento Socialista, marzo 2021.

[2] Cesco. La Rivoluzione tedesca 1918-1920, da Parte I fino a Parte VIII. Adattamento Socialista da gennaio a settembre 2025.

[3] Cesco. LÉON BLUM: UN SOCIALISTA “PRIGIONIERO” DELLA REPUBBLICA - PARTE II- (TRATTO PRINCIPALMENTE DA “LÉON BLUM: HUMANIST IN POLITICS” DI JOEL COLTON). Adattamento Socialista, agosto 2023.

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