Giacomo Corneo critico del socialismo “storico”
- La sorprendente proposta di un “socialismo
azionario” -
1) Introduzione
Mentre
negli USA l’interesse teorico per il socialismo non è mai venuto meno nel milieu
accademico persino dopo il crollo dell’URSS e, soprattutto a seguito della
crisi finanziaria globale del 2008, ha anche raggiunto ampi settori della
società civile [1], il mondo europeo sembra aver fatto scendere su questo
argomento l’oblio più profondo, fatta salva una sparuta serie di eccezioni [2].
Una di queste è certamente rappresentata da un’importante opera dell’economista
italiano (naturalizzato tedesco) Giacomo Corneo, che nel 2014 pubblicò in
Germania “Bessere Welt”, tradotto prima in inglese col titolo “Is Capitalism Obsolete? A
Journey through Alternative Economic Systems” (2017) e poi anche in
italiano come “Oltre il capitalismo. Un viaggio attraverso i sistemi
economici alternativi” (2020) [3]. Si tratta di un classico caso di
“divulgazione alta”, ossia di un libro intelligente per tutti, ma che nulla
concede all’improvvisazione e al pressappochismo. Non devono infatti ingannare
le pagine introduttive e quelle finali, immaginate come un ipotetico dialogo
con una giovane figlia movimentista e anticapitalista radicale: si tratta di un
testo di economia politica da cima a fondo che introduce il lettore nel complesso
problema di come immaginare una società post-capitalista avanzata che funzioni
davvero e che, in più, sia anche pienamente sostenibile al livello ambientale.
Anche argomenti molto avanzati come, per esempio, l’applicazione della teoria
dei giochi al socialismo vengono discussi in modo divulgativo ma non
semplicistico. Certamente l’autore non è un arcigno apologeta del neo-liberismo
globalizzato e non nasconde una qualche partecipazione emotiva quando parla di un
eventuale superamento del capitalismo: allievo del celebre Giorgio Lunghini (1938-2018), un economista accademico
italiano noto per il suo approccio critico e pluralista alla teoria economica e
influenzato da Karl Marx, John Maynard Keynes, Piero Sraffa ecc., Giacomo Corneo
è oggi professore ordinario di economia politica presso la Freie Universität
di Berlino e si distingue come un esperto di finanza pubblica, nonché di
crescita economica, diseguaglianza e mercato del lavoro. Oltre a dirigere la
rivista “Journal of Economics”, è anche autore di celebri libri di
testo di scienza delle finanze e partecipa da anni al dibattito
pubblico di politica economica in Germania con posizioni tipicamente vicine
all’ala sinistra della SPD e per la difesa del generoso welfare state tedesco.
Tale approccio pragmatico filtra talvolta anche in “Oltre il capitalismo”
quando nelle conclusioni l’autore sembra domandarsi se valga veramente la pena
di lottare per una società effettivamente post-capitalista, oppure non sia
meglio concentrare i propri sforzi politici e culturali su una difesa e un
rinnovamento del vecchio patto socialdemocratico tra capitale e lavoro. Forse
si tratta del punto più debole dell’intero volume, ma non inficiando troppo la
qualità degli altri ragionamenti presentati, ci permetteremo semplicemente di
glissare su questa pur importante questione. O meglio, di serbarla per un
futuro articolo completamente dedicato al futuro delle socialdemocrazie
occidentali dove, sia detto qui en passant, esprimeremo forti
perplessità sulle ricette avanzate da Giacomo Corneo per rivitalizzare e dare
nuovo slancio all’idea stessa di capitalismo “dal volto umano”, altrimenti noto
come “economia sociale di mercato”.
2) Il
socialismo come problema etico ed economico
Prima però d’immergerci nel
vivo delle argomentazioni di Giacomo Corneo è d’uopo discutere brevemente della
metodologia applicata al suo saggio. In primo luogo, l’autore, pur dando prova
in diverse occasioni di conoscere bene il pensiero di Karl Marx, sceglie un
approccio al socialismo completamente diverso, incrociando nozioni etiche di
giustizia con quelle di efficienza economica in una maniera assai lontana dall’approccio
marxista (o anche da quello schumpeteriano), ovvero espungendo dalla sua
trattazione la gran parte degli elementi storici e sociologici delle tradizioni
socialista e comunista. Ciò potrebbe far aggrottare la fronte a molti lettori
di estrazione europeo-continentale, c’est à dire hegeliano-storicista,
ma la cosa ha l’indubitabile pregio di evitare di discutere della supposta
teleologia storica (ossia della ipotetica “inevitabilità del socialismo”) e
anche di prender parte ai lunghi e pedanti dibattiti sul carattere più o meno
“produttivo” di questo o quello spezzone della classe lavoratrice mondiale.
D’altro canto, l’approccio etico-economico al problema del socialismo come
“società giusta” non è così inconsueto nel mondo anglo-sassone, sia nella sua variante
liberal-socialista (si considerino, per esempio, John Stuart Mill nel XIX
secolo [4] o John Rawls [5] nel XX), sia in quella più schiettamente
post-capitalista di Gerald Allan Cohen [6] e di John E. Roemer [7]. Non è
infatti un caso che tali ultimi due autori, inizialmente autodefinitisi
“marxisti analitici” (o anche, mediante un termine intraducibile, “no-bullshit
marxists”), approdano in qualche modo a una forma modernizzata di
etica kantiana, da sempre contrapposta all’approccio hegeliano, la quale
sembra, una volta ritrapiantata da Giacomo Corneo in terra tedesca, rinverdire
i fasti del vecchio “socialismo neokantiano” di fine ‘800 o anche
dell’austromarxismo del periodo interbellico. Orbene, se l’anelito al
socialismo è un fatto principalmente di equità e di giustizia retributiva,
allora il suo carattere storico e sociologico perde molta importanza e dunque
la Repubblica [8] di Platone (V-IV sec. a.C.), l’Utopia [9] di
Tommaso Moro (1478-1535) e l’Anarchia [10] di Pëtr Alekseevič Kropotkin
(1842-1921) possono essere discusse dall’uomo d’oggi e confrontate direttamente
tra loro senza infingimenti retorici. Ovviamente a una rigorosa teoria
filosofica della “giustizia retributiva”, va sempre affiancata, come altro metro
di misura, una altrettanto rigorosa teoria economica dell’efficienza, pena lo
scivolare nuovamente nell’utopismo dei suddetti “socialisti ingenui” da Platone
a Pëtr Alekseevič Kropotkin (passando per Tommaso Moro, Tommaso Campanella, Étienne
Cabet, Claude-Henri de Rouvroy de Saint-Simon, Robert Owen, Charles Fourier
ecc.). In entrambi gli ambiti, Giacomo Corneo mostra invero una grande maestria,
ma è necessario procedere anche qui a un importante distinguo metodologico. Il
metro etico che, come abbiamo visto, è di tipo essenzialmente retributivo, ben
si innesta nella tradizione “radical” statunitense che distingue tre
tipi di “giustizia” [11]: (1) Quella liberal-conservatrice per cui una società
è detta “giusta” se ricompensa ogni cittadino in base ai fattori produttivi che
questi apporta al processo di creazione e di distribuzione della ricchezza
sociale. Ovvero, chi ha proprietà le investirà sotto forma di capitale, chi non
le ha dovrà necessariamente elargire la sua forza-lavoro che verrà remunerata
in forma salariale. È il modello economico marginalista di John Bates Clark [12]
assurto a norma morale, ma, ça va sans dire, siamo anche giunti alla
santificazione della proprietà privata ereditaria e, quindi, agli antipodi di
un qualsivoglia socialismo. (2) Più intrigante, ma ugualmente antisocialista
(sebbene in modo sottile), è l’approccio liberal-progressista suggerito
recentemente, tra gli altri, da Ralf Dahrendorf [13] e basato sul duplice
concetto di opportunità e di merito. La società è detta “giusta” se garantisce
a tutti, a prescindere dal censo, l’opportunità di far emergere e valere i
propri meriti e i propri talenti. Più prosaicamente, si dovrà ricompensare ogni
cittadino in base ai risultati conseguiti grazie alle sue qualità
(intellettuali, artistiche, volitive ecc.), ma non mediante la fortuna o la
ricchezza ereditata, nell’ambito del processo di creazione e distribuzione
della ricchezza sociale. Tale approccio, de facto utopico, solletica un
certo senso innato di giustizia tipico della classe media (“È proprio giusto
premiare il merito!”), ma in realtà non è filosoficamente sostenibile in quanto
una larga parte dei talenti non è dovuta all’impegno del singolo, ma a
un’imponderabile distribuzione originaria, forse persino di natura genetica. Come
si potrebbe dire scherzosamente «sono distribuiti in maniera casuale alla
nascita, come se una cicogna li lasciasse cadere nelle culle insieme ai neonati».
In ultimo (3), vi è la visione socialista, dove una società è detta “giusta” se
premia l’impegno di ciascuno nel processo di produzione e di distribuzione di
beni e servizi. Tale impegno in epoca vetero-industriale era spesso valutato in
semplici termini di ore di lavoro, da cui l’adagio marxista: “Da ciascuno
secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”. Oggigiorno, data
l’estrema settorializzazione del processo lavorativo, sarebbe assurdo
equiparare un’ora di lavoro impiegatizio con un’ora passata in fonderia oppure
in una sala operatoria; per cui è assai naturale che si parli più genericamente
di “impegno”, valutabile caso per caso.
Per quello che riguarda il
secondo metro di giudizio, ossia quello economico, Giacomo Corneo è invece in
linea con la microeconomia accademica secondo una modalità piuttosto ortodossa.
In altri termini, l’autore sposa implicitamente un criterio di efficienza
economica costruito sul modello dell’homo oeconomicus qui declinato come
il “consumatore razionale” con i suoi cinque postulati [14]: (i) il consumatore
è sempre in grado di scegliere tra due panieri di beni e servizi (completezza);
(ii) se il paniere A è preferito al paniere B e quest’ultimo è preferito al
paniere C, allora A è sempre preferito a C (coerenza); (iii) dato un qualsiasi
paniere A è sempre possibile costruirne uno A’, egualmente preferito, che contenga
più beni e servizi di certi tipi e meno beni e servizi di altri tipi
(continuità); (iv) un paniere A è sempre preferito a un altro se contiene più
beni e servizi di almeno un tipo e non minori beni e servizi dei rimanenti tipi
(non sazietà); (v) dati due panieri indifferentemente preferiti A e B, ogni combinazione
C tra i due è preferita (convessità). Ovviamente, anche in questo caso, molti
lettori socialisti avranno parecchie perplessità relativamente a questo
approccio, sia per ciò che concerne la validità in sé del modello del
“consumatore razionale”, sia per il fatto che esso viene supposto come dato una
volta per tutte (quasi fosse parte della natura umana) e non come il portato
comportamentale di un determinato modo di produzione. In effetti il nostro
autore neutralizza in parte la prima obiezione quando, avendo introdotto la
teoria dei giochi, può indebolire alcuni aspetti della razionalità del
consumatore, specie per ciò che riguarda la sua supposta onniscienza dei
fenomeni del mercato e, quindi, la sua capacità effettiva di compiere in ogni
momento scelte ottimali di consumo, anche se va ammesso che il suo carattere di
homo oeconomicus non verrà mai posto seriamente in discussione dal
nostro autore. Più interessante è la reazione implicita di Giacomo Corneo alla
seconda obiezione quando tratta del problema del “comunismo”, ovvero di una
società dove l’identificazione tra benessere dell’individuo e interesse della
collettività sia così forte per cui il lavoro è esclusivamente volontario e
l’accesso ai consumi del tutto libero. Qui viene espresso un forte scetticismo,
basato sul fallimento storico dei vari modelli di vita interamente comunitaria
(sia religiosi che laici), ma soprattutto viene ribadito il totale disinteresse
per l’argomento. In un certo senso, l’autore non è completamente nel torto perché
afferma chiaramente che, se pure una futura società comunista potrebbe esser
composta da cittadini ormai totalmente volti al bene comune, ciò avverrebbe
solo a seguito di una società socialista lungamente preesistente che abbia
permesso di modificare profondamente la coscienza di generazioni di cittadini.
E come costruire tale società socialista se non con l’elemento umano di oggi il
cui comportamento medio sembra combaciare piuttosto bene con quello dell’homo
oeconomicus, essenzialmente individualista, edonista e consumista? Ma
allora, qualcuno potrebbe domandare come tenere insieme la tensione etica per la
giustizia distributiva con l’edonismo del “consumatore razionale”. La risposta
di Giacomo Corneo è spiazzante e lapidaria: il socialismo di mercato (descritto
brevemente nella 4a sezione di questo articolo) avrà un futuro solo
se dimostrerà di essere non solo più “giusto” del capitalismo attuale, ma anche
più efficiente nella elargizione di beni e servizi alla maggioranza della
popolazione.
3) Cosa non va nelle varie
concezioni di socialismo?
Tralasciando le stroncature
dei semplici modelli sociali utopici di Platone, Tommaso Moro e Pëtr Alekseevič
Kropotkin, ai quali si è fatto un breve accenno nella sezione precedente,
vogliamo ora rivolgere la nostra attenzione alle importanti critiche di Giacomo
Corneo ai due principali filoni che hanno ispirato il movimento socialista a
partire dal 1848, ossia quello statalista-dirigista e quello cooperativista-mutualista.
Il primo filone, spesso associato in modo un po’ frettoloso a Karl Marx e
Friedrich Engels a causa del loro celebre “Manifesto del Partito Comunista”
[15], deve in realtà la sua importanza alle esperienze novecentesche della
Rivoluzione russa e di quella cinese, filtrate negli scritti di Vladimir Il’ič
Lenin, Lev D. Trockij, Iosif V. Stalin e Mao Tse-Tung. Esso ha tuttavia
un’origine molto precedente e rimonta essenzialmente alle idee dello storico e
politico Louis Blanc (1811-1882), sistematizzate in modo teoricamente più rigoroso
dall’economista Constantin Pecqueur (1801-1887) [16] a ridosso della Seconda
Repubblica Francese. Il secondo filone, invece, è spesso associato alle
concezioni di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) [17], ma ha subito molte
rielaborazioni teoriche nel corso del XX secolo, le più importanti delle quali
sono quelle di Benjamin N. Ward, Jaroslav Vaněk e Branko Horvat,
anche se la sua implementazione pratica più significativa si è avuta col
modello jugoslavo di autogestione socialista fra il 1950 e il 1988. Ma iniziamo
dalla critica di Giacomo Corneo al cosiddetto progetto “real-socialista” statalista
che, prendendo come modello l’URSS dal 1928 al 1991, potrebbe essere
grossolanamente sintetizzato come segue:
(a)
proprietà statale delle medie e grandi industrie, del commercio all’ingrosso,
della finanza, delle banche e delle assicurazioni;
(b)
monopolio del commercio estero e valuta non convertibile;
(c)
agricoltura centralizzata in grandi fattorie, statali o cooperative;
(d)
pianificazione economica e regime di prezzi fissati o, comunque, controllati.
L’autore
parte dal punto (d), quello finale, ovvero dal pianificatore, che è colui il
quale tiene in mano le redini del sistema economico, registrando le effettive
possibilità produttive e le preferenze sociali di consumo, ma, soprattutto,
ipotizzando gli scenari economici futuri. Il suo scopo è infatti quello di
fissare l’ampiezza e la tipologia della produzione di tutte le imprese
pubbliche e la successiva distribuzione delle merci ottenute, sia che esse vengano
destinate al consumo delle famiglie, sia che servano come mezzi di produzione
per altre imprese pubbliche, differenziando in quest’ultimo caso i beni intermedi
da quelli di investimento. È evidente che questa attività implichi anche la determinazione
del tipo e della quantità di beni e di servizi che spettano a ogni lavoratore
in base alle sue caratteristiche specifiche (età, professione, ore lavorate,
composizione familiare ecc.), ma, d’altro canto, in una società socialista tale
determinazione dovrebbe essere influenzata democraticamente dalla maggioranza
dei lavoratori stessi. La programmazione della produzione e della distribuzione
dovrebbe (ma storicamente spesso non è stato così…) venir tradotta in un piano
coerente in cui i beni e i servizi fabbricati in ogni unità di tempo
convenzionalmente scelta coincidano nel modo più accurato possibile con i
consumi e gli utilizzi necessari. Certo, chi ha in mente i paesi del
“socialismo reale” aggrotterà la fronte, notando profonde differenze tra il
sistema economico “idealtipico” descritto da Giacomo Corneo e quelli effettivamente
realizzati nel XX secolo, non solo per i residui ruoli attivi attribuiti al
mercato e alla moneta, ma anche per il carattere largamente antidemocratico
della pianificazione storicamente esistita. Purtuttavia restano in comune tre
caratteristiche che contrappongono questo tipo di sistemi pianificati
all’economia capitalistica di mercato:
(i)
l’operare in modo centralizzato dell’economia di piano in opposizione alla
decentralizzazione dell’economia di mercato;
(ii)
il carattere statalmente imposto delle decisioni economiche del piano
(verticalità) contro il carattere volontario del mercato (orizzontalità);
(iii)
la tendenza del piano a
una coordinazione esplicita ex ante, mentre nel mercato la coordinazione
viene di norma realizzata ex post, cioè attraverso una serie di
aggiustamenti nel comportamento dei vari soggetti economici.
A questo punto il nostro
autore fa un importante excursus storico relativo alla critica economica
ai sistemi collettivisti centralmente pianificati, la quale viene fatta
iniziare convenzionalmente nel lontano 1908 con il celebre saggio di Enrico
Barone intitolato “Ministro della produzione nello Stato collettivista”
[18]. Qui vengono messe in luce per la prima volta le regole che un pianificatore
dovrebbe seguire per allocare le risorse in modo non solo efficiente, ma anche
maggiormente soddisfacente dal punto di vista del benessere collettivo. Due
furono i risultati importanti di Enrico Barone: in primo luogo, che il problema
della pianificazione collettivista è formulabile in maniera coerente mediante i
metodi dell’economia marginalista e ammette (sotto alcune condizioni) soluzioni
ragionevoli. Secondariamente, che tale soluzione (sempre sotto certe ipotesi) è
analoga a quella fornita dall’equilibrio economico di Léon Walras per
un’economia capitalista dotata di un mercato con concorrenza perfetta e (punto
spesso dimenticato dagli apologeti del capitale…) con dotazioni iniziali degli
agenti economici distribuite in maniera appropriata. Naturalmente il discorso
di Barone era strettamente teorico, non dissimile da un esercizio matematico di
quella che nel 1947 sarebbe stata chiamata da George Dantzig la “Programmazione
Lineare”, ovvero la determinazione di
un’allocazione delle risorse che massimizzi una certa funzione di benessere
sociale, vincolata dalla tecnologia e dalle risorse preesistenti. Molto poco
veniva detto circa la fattibilità pratica di una tale allocazione, argomento su
cui si appuntarono le critiche di due noti economisti austriaci nel periodo
interbellico, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, sostenendo che il
pianificatore deve essere anche dotato di poteri quasi divini, l’onniscienza e
l’onnipotenza, per poter esprimere numericamente i dati del suo problema,
calcolarne poi la soluzione mediante milioni di equazioni e, infine,
assicurarsi che il suo piano sia scrupolosamente rispettato da tutti i soggetti
economici. Ciò che Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek in effetti sostenevano
era l’impossibilità di sostituire il mercato con le sue innumerevoli
interazioni dirette tra soggetti produttori e consumatori, tra venditori e
compratori, con uno schema rigido, predeterminato e imposto dall’altro. Chi
avesse voluto raccogliere la sfida avrebbe dovuto dimostrare che, al contrario,
esistevano meccanismi per i quali il pianificatore avrebbe avuto bisogno solo di
alcune informazioni iniziali, ma non di una conoscenza assoluta e perfetta
delle capacità economiche di ogni singola unità produttiva e delle preferenze
di ogni singolo cittadino consumatore. In matematica tali approcci esistevano
già dai tempi di Isaac Newton e venivano usati per la soluzione di problemi non
affrontabili in modo diretto, essendo basati sul concetto d’iterazione, ossia
di cicli di approssimazioni sempre più precise dell’obiettivo cercato, ottenute
mediante il metodo della “prova ed errore”.
Partendo dal pionieristico contributo
di Kenneth Arrow e Leonid Hurwicz del 1960 [19], alcuni economisti socialisti
(Oskar Lange, Maurice Dobb, Abba Lerner ecc.) approntarono teoricamente i procedimenti
iterativi che avrebbero permesso al pianificatore, nonostante uno scambio
limitato di informazioni sia con le imprese sia con i consumatori, di formulare
un piano ottimale tramite calcoli non troppo complessi. Esso si avvaleva dei cosiddetti
“prezzi-ombra”, ossia di una serie di prezzi fittizi che servivano solo
da stima provvisoria del valore delle risorse economiche, ma che non andavano in
alcun modo a incidere sui poteri d’acquisto reali. Il primo passaggio della
procedura (“A”) è la stesura di una lista completa di prezzi-ombra per ogni
bene e ogni servizio disponibile. Tale lista è comunicata alle imprese che
prendono atto dei prezzi-ombra di tutti i loro input (cioè le materie prime e
quelle semi-lavorate, l’ammortamento dei macchinari, i trasporti, i vari tipi
di lavoro necessari e il monte-ore richiesto ecc.) ed elaborano ipotetici piani
di produzione, contenenti un elenco delle quantità di prodotti che l’impresa
ritiene di produrre nel periodo prefissato e le quantità dei diversi input necessari
allo scopo. Ovviamente sono possibili diversi piani economici, ma ogni impresa
è tenuta per legge a presentare quello che le garantirebbe (usando i
prezzi-ombra) il profitto ipotetico maggiore. Parlando in modo
micro-economicamente rigoroso esso sarebbe il piano che massimizza la differenza
tra il valore-ombra dei prodotti e i costi-ombra dei fattori produttivi
impiegati. Il pianificatore può così facilmente calcolare l’offerta ipotetica
complessiva di ciascun bene e servizio, nonché la domanda ipotetica complessiva
di ciascun bene e servizio intermedio da parte delle imprese. La prima sarà la somma
delle quantità di quel bene (o di quel servizio) previste dai suoi produttori.
La seconda sarà la somma delle quantità di quel bene (o di quel servizio)
indicate dalle imprese che lo userebbero come loro input. La stessa cosa può
esser fatta per i beni di consumo spettanti alle famiglie dei lavoratori. Di
norma domanda e offerta non saranno mai puntualmente uguali al primo tentativo:
ci saranno sempre alcuni prodotti per cui l’offerta supera la domanda ed altri
per cui avviene il contrario. Per questo motivo il pianificatore ritoccherà la lista
dei prezzi-ombra mediante una regola semplicissima: se per un certo prodotto la
domanda è maggiore dell’offerta il prezzo-ombra andrà aumentato, se invece è l’offerta
a superare la domanda esso verrà ridotto. Lo stesso andrà fatto con i salari
orari delle varie tipologie di lavoro. A questo punto si ripeterà tutta la
procedura a partire dal punto “A”, ma con una nuova lista di prezzi-ombra. I
cicli si susseguiranno ancora fino a che i prezzi-ombra finali equalizzeranno
l’offerta ipotetica e la domanda ipotetica per ogni bene e per ogni servizio
esistenti. Inoltre, Kenneth Arrow e Leonid Hurwicz dimostrarono che (sotto
certe condizioni) questa procedura converge a un piano centralizzato che non è
solo tecnicamente coerente, ma anche socialmente ottimale. Gli economisti Friedrich
von Hayek e Ludwig von Mises, almeno dal punto di vista strettamente formale,
erano stati sconfessati: la pianificazione centralizzata sembrava funzionare
anche se il pianificatore possedeva solo poche informazioni e le sue capacita
di calcolo erano basate su un’aritmetica elementare.
Tuttavia, mai come in questo
caso, si può ben dire che il diavolo si annidi nei dettagli. Nella fattispecie nei
dettagli della teoria dei giochi, osserva Giacomo Corneo. Infatti, Oskar Lange
e i suoi colleghi presupponevano che le informazioni richieste dal
pianificatore relativamente ai piani ottimali di produzione delle imprese, venissero
sempre trasmesse senza alcuna distorsione. Ma è davvero realistica tale
ipotesi? Poiché sotto il socialismo il profitto delle imprese è solo fittizio
(cioè, esso non arricchisce né i manager né i dipendenti), la singola impresa avrebbe
un forte interesse a mentire al pianificatore, comunicandogli non il programma
di produzione che massimizza il suo profitto ipotetico, ma quello che è
effettivamente realizzabile con il minimo sforzo. Ora, il pianificatore può
controllare ex-post (anche se con una certa fatica) l’ottenimento dei risultati
di un determinato programma di produzione, ma non può certo verificare la
correttezza delle affermazioni di ogni singola impresa riguardo all’ipotetico
piano di produzione che massimizza i suoi profitti-ombra. Se lo potesse fare
sarebbe, per l’appunto, onnisciente. Ma se le imprese falsificano in questo
modo i loro piani di produzione, la procedura di Harrow-Hurwicz perde completamente
le sue proprietà di efficienza economica.
Secondo Giacomo Corneo il problema
appena citato potrebbe essere facilmente ricondotto ai risultati ottenuti dalla
microeconomia, a partire dagli anni ’70, relativi l’allocazione delle risorse
in presenza di condizioni d’informazione asimmetrica. Nel gergo economico si
tratta del problema del cosiddetto mechanism design, ossia lo studio delle
possibilità di un leader di stabilire regole del gioco istituzionali per
i propri collaboratori, tali da indurli a rivelare le loro informazioni private
per mettere in atto un’allocazione delle risorse ottimale (ovviamente, dal
punto di vista del leader). Viene introdotto allo scopo in concetto di vincolo
d’incentivo che purtroppo non possiamo approfondire data la natura
divulgativa del nostro scritto. Quello che tuttavia è facilmente affermabile è
che i procedimenti del tipo di quelli suggeriti da Arrow e Hurwicz sono dei
meccanismi che violano i vincoli d’incentivo; sono quindi subottimali
nell’allocazione delle risorse e, almeno teoricamente, peggiori di un’economia
capitalista con concorrenza perfetta in cui lo Stato imponga tasse e sussidi in
modo da soddisfare i vincoli d’incentivo. Questo è un punto molto importante e
particolarmente dolente per tutti i sostenitori di un’economia socialista
centralmente pianificata: un pianificatore in condizioni d’informazione
asimmetrica, almeno secondo la teoria dei giochi, non può fare meglio di
un’autorità fiscale che abbia accesso alle medesime informazioni in un regime di
economia di mercato. In altre parole: i problemi d’incentivo al lavoro e
all’innovazione a cui deve fare fronte la redistribuzione del reddito in
un’economia di mercato a concorrenza perfetta non sarebbero alleviati in
un’economia che si affidasse alla pianificazione centralizzata, ma addirittura
peggiorati! Dopo poco meno di un secolo, i risultati teorici del mechanism
design sembrano corroborare le tesi di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek,
almeno in certi ambiti, e purtroppo alcune recenti ubriacature giornalistiche
relative a una possibile rinascita della pianificazione mediante i grandi
progressi tecnologici nel calcolo e nella gestione dell’informazione
dimenticano che il principale deficit della pianificazione socialista centralizzata
non è deriva dallo stato della tecnologia, ma da quello della morale pubblica,
ovvero dalla (mancanza) di onestà nella trasmissione delle informazioni
economiche al pianificatore.
Nel capitolo successivo il
nostro autore passa ad analizzare il modello socialista basato
sull’autogestione dei lavoratori, un altro sistema economico in cui i mezzi di
produzione sono di proprietà dello Stato, ma dove, questa volta, i diritti del
loro utilizzo sono temporaneamente ceduti ai lavoratori che determinano
democraticamente le decisioni relative alla loro impresa, in modo non dissimile
da come avviene nelle cooperative esistenti all’interno delle economie
capitaliste. In effetti le imprese autogestite sono state pensate per lavorare
all’interno di mercati per l’acquisto e la vendita delle merci e, soprattutto, esse
dovrebbero decidere in modo autonomo il reclutamento e il licenziamento dei
lavoratori-cooperanti. Si noti quindi che, diversamente da un’economia
centralmente pianificata, qui la moneta non è solo una comoda unità contabile
(per esempio, per stabilire i “prezzi-ombra”), ma determina effettivamente
anche la dinamica degli input e degli output della singola azienda che agisce
sul mercato. D’altro canto, in modo analogo alle economie capitaliste miste
pubblico-private, lo Stato si riserva il diritto di svolgere i compiti di
pianificazione generale mediante le tipiche politiche macroeconomiche
(incentivi, finanziamenti agevolati, sgravi fiscali, costruzione di
infrastrutture ecc.) in modo, per esempio, da favorire lo sviluppo strutturale
delle zone meno favorite. Pure nel caso dell’economia socialista autogestita
vari autori (per esempio, Benjamin N. Ward) hanno effettuato studi analoghi a
quelli di Enrico Barone e successori sulla pianificazione, confrontandola con
un’economia di mercato a concorrenza perfetta di tipo walrasiano. Anche per
l’autogestione è stata dimostrata un’equivalente efficienza teorica
nell’allocazione delle risorse a condizione che tale economia autogestita si
trovi in condizioni di equilibrio di lungo periodo e che le imprese autogestite
paghino allo Stato il valore delle loro rendite.
Tuttavia, Giacomo Corneo ci
ricorda subito come, al di là dell’aspetto generale, anche l’economia autogestita
soffra di seri difetti sia nell’allocazione delle risorse sia nella
distribuzione dei prodotti, per esempio generando disoccupazione e creando
grosse diseguaglianze di reddito, in quanto un’impresa autogestita non opera
per il bene della comunità, ma solo nell’interesse dei cittadini che ne fanno
effettivamente parte. Questo implica immediatamente che nuovi lavoratori
possono essere ammessi all’impresa cooperativa se e solo se tale manovra serve
ad aumentare i redditi di chi è già socio. In modo micro-economicamente più
rigoroso, si dirà che l’impresa cooperativa autogestita realizza il volume
occupazionale che massimizza il reddito medio dei soci, il quale, come semplice
corollario, apparirà diverso da impresa a impresa, anche a parità di qualifica
e di ore lavorate. Inoltre, nulla garantisce che la produttività marginale [20]
del lavoro sia eguale nelle varie imprese, né che le scelte occupazionali delle
aziende autogestite rispondano alla eventuale crescita del numero di persone in
cerca d’impiego. Giacomo Corneo riassume così in modo molto lapidario queste
patologie dell’economia autogestita:
«Riassumendo, tale sistema
tende a produrre iniquità distributiva di tipo orizzontale, inefficienza
nell’allocazione dei lavoratori alle imprese e disoccupazione su grande scala.»
[3].
In effetti, per quello che
riguarda la disoccupazione, è stata anche dimostrata la tendenza delle imprese
autogestite a rispondere agli aumenti del prezzo dei loro prodotti con una riduzione
dell’occupazione e dei livelli di produzione, sia nel caso di mercati a
concorrenza perfetta sia nel caso di quelli a concorrenza imperfetta.
Secondo l’autore altri seri problemi,
sui quali purtroppo non possiamo dilungarci in questa sede, sono stati messi in
luce dalla microeconomia circa la ripartizione del rischio reddituale (ossia rischio
di non riuscire a generare i profitti attesi per il futuro) in un sistema socialista
basato sull’autogestione, dato che in un tale sistema non esisterebbe un mercato
dei capitali tramite il quale un individuo possa investire in più imprese e, quindi,
diversificare il rischio. Al contrario, ogni individuo percepirebbe solamente i
profitti generati dall’impresa di cui è socio, poiché il reddito percepito da un
individuo in un sistema autogestito può essere sempre scomposto come la somma
di un “salario cooperativo” e di una frazione del “profitto cooperativo”. È
proprio questa seconda componente che viene vista come una sorta di reddito da
capitale proveniente da un titolo specialissimo, il cui rendimento va a zero
quando l’individuo cessa di essere socio dell’impresa in questione. Dal punto
di vista della teoria del capitale ne risulterebbe quindi un portafoglio-titoli
assai rischioso, dato che un individuo che perdesse il lavoro, cesserebbe di
percepire sia il reddito da lavoro sia il reddito da capitale. Ciò si definisce
di norma una gestione del rischio altamente inefficiente.
Ma anche dal punto di vista
degli investimenti il sistema socialista autogestito mostra, almeno secondo Giacomo
Corneo, talune gravi anomalie. In primo luogo, precisiamo a scanso di equivoci
che quando un’impresa autogestita usa il suo reddito per investire anziché per versarlo
ai suoi membri, i beni capitali così acquistati appartengono all’impresa e non ai
singoli lavoratori-soci. Per tale ragione questi ultimi potrebbero facilmente
tendere, tramite i loro rappresentanti, a usare il loro potere di controllo
affinché l’impresa versi loro il reddito più alto possibile, generando così un
livello d’investimento ovviamente subottimale. Inoltre, i lavoratori-soci godono
dei frutti dell’investimento soltanto finché sono attivi e fanno parte
dell’impresa. Ciò spinge l’impresa autogestita a privilegiare gli investimenti di
breve periodo e a scartare tutte le opportunità d’investimento con un rendimento
potenziale molto elevato ma che producano incassi positivi soltanto dopo un
periodo lungo. Ne risulterebbe una distorsione non solo, come prima, nella
quantità, ma ora anche nella tipologia dell’investimento. Se poi i lavoratori più
maturi, ossia quelli vicini al pensionamento, arrivassero a condizionare
pesantemente la direzione dell’impresa, lo stimolo a investire diverrebbe
particolarmente modesto, spingendo magari a ridurre le spese di manutenzione
per gli impianti e i macchinari al fine di ricevere redditi maggiori durante gli
ultimi anni di attività all’interno dell’impresa autogestita.
4) C’è un socialismo che possa funzionare
davvero?
Quanto detto nella sezione
precedente potrebbe indurre il lettore a credere che secondo la teoria
economica contemporanea sia impossibile progettare un sistema socialista in
grado di funzionare in modo sia giusto che efficiente. Questa opinione è in
effetti già abbastanza diffusa tra i socialisti e i comunisti che spesso
etichettano l’economia politica odierna come una “pseudo-scienza triste prona
agli interessi del grande capitale” oppure come l’araldo di un’ideologia
conservatrice del tipo TINA (“there is no alternative”). In realtà le
cose, almeno secondo Giacomo Corneo, non stanno esattamente così in quanto la
teoria economica non stabilisce l’impossibilità di coniugare la proprietà pubblica
dei principali mezzi di produzione con l’efficienza, la sostenibilità ambientale,
l’innovazione tecnologica, la giustizia distributiva e la partecipazione democratica
di tutti i cittadini. Ciò che la teoria economica evidenzia è soltanto
l’aspetto teorico delle disfunzioni dei modelli socialisti con pianificazione
centralizzata oppure con autogestione. Da ciò scaturisce per il socialismo la necessità
di dotarsi di mercati concorrenziali (al posto di un rigido piano
centralizzato), popolati da imprese pubbliche guidate da un sano criterio di
profitto (invece che dall’autogestione). In altre parole, Giacomo Corneo sposa
completamente l’idea secondo la quale se un sistema economico socialista capace
di funzionare esistesse nella nostra epoca, esso sarebbe necessariamente una
qualche forma di socialismo di mercato. È ovvio che quest’affermazione desterà
più di un malumore tra i lettori di tradizione marxista, ma non possiamo in
questa sede analizzare tutti i pro e i contra relativi al
concetto stesso di “socialismo di mercato”, suggerendo invece l’interessante
dibattito a più voci contenuto nel volume “Market Socialism: The
Debate Among Socialist” [21], un po’ datato ma sempre
ricchissimo di spunti di riflessione.
Il nostro autore, invece,
procede rapidamente sulla via appena indicata, ma si trova subito a fare i
conti con un acerrimo critico di tale prospettiva: lo studioso ungherese János
Kornai (1928-2021), grande conoscitore e fustigatore delle economie
post-belliche dell’Europa Orientale, il quale nel 1992 [22] evidenziò le
distorsioni di origine politico-economica a cui può essere soggetto il
socialismo di mercato. Il principale problema individuato da János Kornai nelle
imprese socialiste di mercato che erano state ammesse in Ungheria durante il
periodo del cosiddetto “gulyáskommunizmus” (“comunismo al goulash”,1960-1989),
stava nella scarsa affidabilità dei loro vincoli di budget [23]. L’effetto di
questa grave lacuna provocava un’allocazione delle risorse spesso clientelare e
comunque piena di sprechi. Tuttavia, nota Giacomo Corneo, le critiche di János
Kornai furono troppo poco generali, essendo molto legate al modo in cui
l’Ungheria aveva cercato d’introdurre elementi di mercato in un sistema
precedentemente pianificato in modo dirigista. Vari autori successivi a János
Kornai (tra cui John E. Roemer e lo stesso Giacomo Corneo) hanno infatti
mostrato come il cosiddetto problema del “soft budget constraint” possa
essere affrontato mediante l’introduzione di un vero e proprio “mercato
azionario socialista”.
Vediamo ora brevemente come
funziona il modello avanzato dal nostro autore che utilizza in modo nuovo due
realtà già esistenti nel capitalismo occidentale contemporaneo: il mercato
azionario (cioè la borsa) e le agenzie pubbliche politicamente indipendenti.
Per semplicità, in modo da chiarire la cosa al lettore italiano non più
giovanissimo, immaginiamo che ci sia un’unica agenzia di questo tipo e che sia una
sorta di “Nuova IRI”. In effetti, la pluralità di questi soggetti potrebbe
anche essere un’opzione valida, ma lasciamo il lettore interessato ai dettagli
al testo completo del libro “Oltre il capitalismo” [3].
Il punto di partenza del
nostro modello socialista sta nel fatto che tutte le grandi imprese sono
quotate in borsa e che la maggioranza del loro capitale (ossia più del 50%) è
in mano pubblica, gestito dalla “Nuova IRI”, che dovrà essere politicamente
indipendente in modo tale da escludere ogni ingerenza dei politici nelle
imprese, ma anche ogni ingerenza dei manager delle imprese nella politica. Ma
perché il doppio binario borsa-agenzia? La risposta ci è data da Giacomo Corneo
e serve proprio a risolvere le obiezioni di János Kornai:
«Il controllo capitalista
viene dunque meno ed è rimpiazzato da una struttura di controllo
pubblico-democratico in cui gli incentivi sono calibrati per far rispettare rigidi
vincoli di bilancio. Il mercato azionario viene regolamentato in maniera da
esprimere una valutazione non distorta dell’operato del management delle
imprese e i segnali provenienti da tale mercato vengono utilizzati per
incentivare i manager. La teoria economica viene mobilitata per disegnare
contratti d’incentivo ottimali. A beneficiarne sono in ultima analisi i
cittadini in quanto i dividendi pagati dalle imprese all’agenzia pubblica
vengono poi girati dallo Stato ai cittadini sotto forma di un dividendo sociale»
[3].
Naturalmente non sono
sufficienti la borsa e la “Nuova IRI” per costruire una società socialista di
mercato: le grandi imprese dovranno anche implementare una seria forma di
cogestione attraverso stabili consigli dei lavoratori. Essi – secondo il nostro autore – godranno di ampi diritti
all’informazione e alla partecipazione alle decisioni aziendali, definiti tenendo
conto degli incentivi che potrebbero produrre mediante il sostegno dato al
senso d’identificazione e di solidarietà dei lavoratori con la proprietà
pubblica del capitale aziendale. Inoltre, migliorando la comunicazione tra i vari
livelli della gerarchia aziendale, la cogestione consentirà di aumentare la
produttività e, quindi, sia i salari sia i profitti, ovvero il dividendo
sociale che è il vero fulcro della futura società socialista. In ogni caso, la
ricerca del profitto non dovrà comportare né lo sfruttamento dei lavoratori, né
l’inganno dei consumatori, né la devastazione dell’ambiente naturale. Così, per
garantire il reale rispetto delle norme che tutelano tali interessi
fondamentali, sindacati, associazioni dei consumatori e associazioni
ambientaliste avranno i loro rappresentanti nelle grandi imprese, i quali
saranno dotati di ampi diritti all’informazione sulle attività economiche svolte
dalle imprese stesse. Questo fatto instaurerà anche un dialogo fitto e
sistematico tra le grandi imprese e la società civile, il quale contribuirà alla
qualità del processo legislativo fornendogli informazioni attuali e
costantemente aggiornate sulle più disparate attività produttive.
Nel modello socialista di
mercato ipotizzato da Giacomo Corneo le piccole e medie imprese
sono o private o cooperative,
poiché tali tipologie d’impresa forniscono un contributo importante alla
società stimolando l’iniziativa individuale (o di gruppo), producendo
flessibilità nell’offerta e rinvigorendo i processi d’innovazione. Certamente è
essenziale evitare la rinascita di una classe dominante capitalista e, per
questo, il nostro autore immagina un meccanismo di aste obbligatorie grazie alle
quali le grandi imprese socializzate possono, in determinate condizioni,
cercare di acquistare alcune piccole e medie imprese private. Per esempio,
qualora queste ultime superino una certa soglia, ma senza mai soffocare tutti
gli incentivi all’investimento e, soprattutto, all’innovazione.
Riassumendo, possiamo ora
menzionare i sei aspetti più importanti di un sistema socialista di mercato che
rispetti i canoni della scienza economica contemporanea:
In primis, la società si è liberata dall’élite
capitalista che, grazie al controllo delle grandi imprese, ricattava e piegava
la politica facendole prendere decisioni non democratiche che spesso andavano a
discapito del bene comune.
Secondo, sia la distribuzione
del reddito da capitale sia quella dei salari sono divenute molto più
egualitarie: la prima direttamente in forza del “dividendo sociale”, mentre la
seconda indirettamente per l’effetto di tale dividendo sul potere dei
lavoratori in fase negoziale.
Terzo, il socialismo azionario
di mercato promuove la partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali nei
loro luoghi di lavoro attraverso il meccanismo della cogestione.
Quarto, il nuovo sistema dota
la società civile (e in particolare il corpo elettorale) di un livello di
trasparenza del mondo economico-finanziario enormemente superiore a quello
attuale, permettendo quindi l’affermarsi di una legislazione più efficace e
puntuale.
Quinto, il socialismo
azionario però lascia anche un certo spazio all’autonomia individuale nell’ambito
del mercato, assegnando un ruolo importante alla piccola imprenditoria privata
e alle cooperative.
Sesto, si riconosce la
necessità di una ferrea e netta distinzione fra la gestione commerciale e la gestione
politica, presupposto obbligato per creare incentivi ed efficienza in entrambi gli
ambiti. I vincoli di bilancio dovranno quindi essere molto seri e gli obiettivi
non commerciali (ad esempio, quelli legati al welfare e quelli
ecologici) verso cui la società vorrà indirizzare le imprese andranno implementati
attraverso regole valide per ciascuna di esse, ma mai attraverso la nefasta
commistione fra le imprese e la politica.
5) Conclusioni
Prima di esprimere le nostre
brevi osservazioni conclusive, vale la pena di dare la parola, per un’ultima
volta, direttamente a Giacomo Corneo, che termina così il suo articolo “L’utopia
del socialismo al vaglio della teoria economica” [3]:
«La teoria economica aiuta a
comprendere perché i sistemi economici con cui è stato tradizionalmente pensato
il socialismo – pianificazione e autogestione – non siano adatti di per sé,
ovvero a prescindere dall’esperienza storica fallimentare fattane in Paesi
quali l’URSS e la Iugoslavia. Al contempo, la teoria economica dà indicazioni
relativamente precise sul tipo di istituzioni che potrebbero invece permettere
al socialismo di dotarsi di un’economia dinamica e sostenibile, in grado di
contribuire a risolvere le grandi sfide con cui si confronta oggi il genere
umano».
Siamo largamente d’accordo con
questa conclusione, sia per la pars destruens (sebbene con qualche
perplessità sulla stroncatura senz’appello del socialismo autogestito anche
nella sua versione LMF [24]), sia per la pars construens, ma a
una condizione: il modello azionario di mercato proposto da Giacomo Corneo
dovrebbe esser visto più come una serie di vincoli imposti dalla teoria
economica all’edificazione del socialismo che come un vero e proprio manuale
d’istruzioni per tale costruzione. Non perché ci sia da parte nostra una qualche
ritrosia a modellizzare una società di transizione verso il socialismo; anzi,
tante volte abbiamo polemizzato su questo blog con chi non vuole sporcarsi le
mani e, scimmiottando Karl Marx oltre il tempo utile, non intende “prescrivere
ricette per l'osteria dell'avvenire”. Al contrario, la nostra ipoteca deriva
dal fatto che quanto scrive Giacomo Corneo ci sembra accuratamente pensato per
una Germania felix del periodo ante 2020, ma che forse non esiste già
più: stato sociale generoso, prodotto interno lordo in crescita costante anche
se non esplosiva, domanda interna cospicua trainata da salari con un potere
d’acquisto stabile o addirittura in aumento, bilancia dei pagamenti in attivo,
bassa disoccupazione, bassa inflazione, conti pubblici in ordine ecc. E cosa
fare allora se la cosiddetta “economia sociale di mercato” non funziona più,
arenatasi, per esempio, nelle secche della competizione internazionale, delle
politiche daziarie e del calo di investimenti? Il grande assente di tutto il
saggio (e quindi forse il punto più debole di tutto il discorso) è il ruolo
dell’economia globalizzata, sia sul lato finanziario, sia su quello del
commercio internazionale. Questo non è un punto di poco conto e, personalmente,
ci rende un po’ scettici sulla possibilità di realizzare il “socialismo
azionario di mercato in un solo paese”. La discussione, di per sé
interessantissima, andrebbe portata almeno al livello europeo, se non addirittura
planetario. Chiediamo quindi agli economisti socialisti contemporanei del
calibro di David Schweickart, John E. Roemer e Giacomo Corneo di fare qualche
altro sforzo: «Alta è la meta e il dubbio ci sconforta – sorrise – ma
il voler sprona gagliardo. Lungo è il cammin, ma vigile la scorta» scriveva
Amalia Guglielminetti a conclusione della sua poesia “Pellegrine” del
1907 [25].
Due moderni assertori
del socialismo di mercato nell’epoca post-1989. Dall’alto verso il basso: David
Schweickart, John E. Roemer.
Note e bibliografia minima
[1] Per farsi un’idea della
diffusione popolare del socialismo negli USA di oggi è utilissimo l’ottimo
pamphlet di Bhaskar Sunkara, Manifesto socialista per il
XXI secolo (Laterza, Roma & Bari, 2021).
[2] Degni di nota sono sicuramente i recenti saggi di Thomas Piketty,
Il
socialismo del futuro. Cronache (Baldini e Castoldi, Milano, 2024) e di Yanis Varoufakis, Un altro presente (La nave di Teseo,
Milano, 2021).
[3] Giacomo Corneo, Oltre il capitalismo. Un viaggio attraverso i
sistemi economici alternativi (Rosenberg & Sellier, Torino, 2020). Per
un utile sunto dell’opera si legga il breve, ma denso, saggio “L’utopia del
socialismo al vaglio della teoria economica” di Giacomo Corneo in Parole-chiave,
n. 6, nuova serie, 2021, pp. 87-100, che tra l’altro ha largamente ispirato il
presente articolo divulgativo.
[4] John Stuart Mill, Considerazioni sul socialismo (Aracne
Editrice, Ariccia (RM), 2012).
[5] John Rawls, Teoria della giustizia (Feltrinelli Editore,
Milano, 1982) e La giustizia come equità (Liguori Editore, Napoli,
1995).
[6] Gerald A. Cohen, Socialismo perché no? (Ponte alle Grazie,
Firenze, 2010).
[7] John E. Roemer, A Future for Socialism (Harvard U. P.,
Cambridge (MA), 1994).
[8] Platone, La Repubblica (Bompiani, Milano, 2009).
[9] Tommaso Moro, Utopia (Iduna, Sesto San Giovanni (MI), 2022).
[10] Pëtr Alekseevič Kropotkin, L'anarchia. La sua filosofia e il suo
ideale (La Fiaccola, Ragusa,1994).
[11] Robin Hanhel, ABC's of Political Economy: a modern approach
(Pluto Press, London, 2015).
[12] John Bates Clark, La distribuzione della ricchezza (Unione
tipografico-editrice torinese, Torino, 1916).
[13] Ralf Dahrendorf, Per un nuovo liberalismo (Laterza, Roma e Bari,
1988).
[14] Robert H. Frank & Edward Cartwright, Microeconomia, VII
edizione (McGraw-Hill Education, Milano, 2017).
[15] Karl Marx e Friedrich
Engels, Il manifesto del Partito Comunista (Einaudi, Torino, 1974).
[16] Constantin Pecqueur, Théorie nouvelle d’Économie sociale et politique
ou Études sur l'organisation des sociétés (Capelle Libraire-Éditeur, Paris,
1842).
[17] Pierre Joseph Proudhon, Del
principio federativo (Edizioni Avanti!, Milano, 1979).
[18] Enrico Barone, Le
opere economiche (Zanichelli, Bologna,1936).
[19] Leonid Hurwicz and
Kenneth Joseph Arrow, Studies in resource allocation processes, (Cambridge
University Press, Cambridge, 1977).
[20] Per i lettori non avvezzi
alla microeconomia, ricordiamo che la produttività marginale del lavoro
è definita come l’incremento di produzione che si ottiene impiegando un’unità
aggiuntiva di lavoro, ma mantenendo costanti tutti gli altri fattori produttivi
(cfr. Ref [14]).
[21] David Schweickart, James
Lawler, Hillel Ticktin, Bertell Ollman, Market Socialism: The Debate Among Socialists (Routledge, Londra, 1917).
[22] J. Kornai, The Socialist System: The Political Economy of Communism, (Princeton University Press, Princeton, 1992).
[23] Il vincolo di budget per un’impresa è un limite finanziario che delimita le risorse disponibili per un progetto (o per un certo periodo), come il budget operativo, il budget di investimento o il budget di produzione. Si tratta uno strumento cruciale per la pianificazione strategica che influenza ogni decisione aziendale, dalle risorse necessarie ai costi, in modo da garantire che l’impresa rimanga entro limiti finanziari prestabiliti, mantenendo la sua qualità e la sua efficienza (cfr. Ref [14]).
[24]
Vedasi al riguardo il nostro breve saggio “Le premesse economiche della
transizione dal capitalismo al socialismo: Stato, mercato o qualcosa di
diverso? - PARTE II”
https://adattamentosocialista.blogspot.com/2024/02/le-premesse-economiche-della.html
[25] Amalia Guglielminetti, Le vergini folli (Raffaelli Editore, Rimini, 2024).





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