Giacomo Corneo critico del socialismo “storico”



 

-  La sorprendente proposta di un “socialismo azionario” -

 

 

 

1)  Introduzione

 

Mentre negli USA l’interesse teorico per il socialismo non è mai venuto meno nel milieu accademico persino dopo il crollo dell’URSS e, soprattutto a seguito della crisi finanziaria globale del 2008, ha anche raggiunto ampi settori della società civile [1], il mondo europeo sembra aver fatto scendere su questo argomento l’oblio più profondo, fatta salva una sparuta serie di eccezioni [2]. Una di queste è certamente rappresentata da un’importante opera dell’economista italiano (naturalizzato tedesco) Giacomo Corneo, che nel 2014 pubblicò in Germania “Bessere Welt”, tradotto prima in inglese col titolo Is Capitalism Obsolete? A Journey through Alternative Economic Systems” (2017) e poi anche in italiano come “Oltre il capitalismo. Un viaggio attraverso i sistemi economici alternativi” (2020) [3]. Si tratta di un classico caso di “divulgazione alta”, ossia di un libro intelligente per tutti, ma che nulla concede all’improvvisazione e al pressappochismo. Non devono infatti ingannare le pagine introduttive e quelle finali, immaginate come un ipotetico dialogo con una giovane figlia movimentista e anticapitalista radicale: si tratta di un testo di economia politica da cima a fondo che introduce il lettore nel complesso problema di come immaginare una società post-capitalista avanzata che funzioni davvero e che, in più, sia anche pienamente sostenibile al livello ambientale. Anche argomenti molto avanzati come, per esempio, l’applicazione della teoria dei giochi al socialismo vengono discussi in modo divulgativo ma non semplicistico. Certamente l’autore non è un arcigno apologeta del neo-liberismo globalizzato e non nasconde una qualche partecipazione emotiva quando parla di un eventuale superamento del capitalismo: allievo del celebre Giorgio Lunghini (1938-2018), un economista accademico italiano noto per il suo approccio critico e pluralista alla teoria economica e influenzato da Karl Marx, John Maynard Keynes, Piero Sraffa ecc., Giacomo Corneo è oggi professore ordinario di economia politica presso la Freie Universität di Berlino e si distingue come un esperto di finanza pubblica, nonché di crescita economica, diseguaglianza e mercato del lavoro. Oltre a dirigere la rivista “Journal of Economics”, è anche autore di celebri libri di testo di scienza delle finanze e partecipa da anni al dibattito pubblico di politica economica in Germania con posizioni tipicamente vicine all’ala sinistra della SPD e per la difesa del generoso welfare state tedesco. Tale approccio pragmatico filtra talvolta anche in “Oltre il capitalismo” quando nelle conclusioni l’autore sembra domandarsi se valga veramente la pena di lottare per una società effettivamente post-capitalista, oppure non sia meglio concentrare i propri sforzi politici e culturali su una difesa e un rinnovamento del vecchio patto socialdemocratico tra capitale e lavoro. Forse si tratta del punto più debole dell’intero volume, ma non inficiando troppo la qualità degli altri ragionamenti presentati, ci permetteremo semplicemente di glissare su questa pur importante questione. O meglio, di serbarla per un futuro articolo completamente dedicato al futuro delle socialdemocrazie occidentali dove, sia detto qui en passant, esprimeremo forti perplessità sulle ricette avanzate da Giacomo Corneo per rivitalizzare e dare nuovo slancio all’idea stessa di capitalismo “dal volto umano”, altrimenti noto come “economia sociale di mercato”.

 

 

2)  Il socialismo come problema etico ed economico

 

Prima però d’immergerci nel vivo delle argomentazioni di Giacomo Corneo è d’uopo discutere brevemente della metodologia applicata al suo saggio. In primo luogo, l’autore, pur dando prova in diverse occasioni di conoscere bene il pensiero di Karl Marx, sceglie un approccio al socialismo completamente diverso, incrociando nozioni etiche di giustizia con quelle di efficienza economica in una maniera assai lontana dall’approccio marxista (o anche da quello schumpeteriano), ovvero espungendo dalla sua trattazione la gran parte degli elementi storici e sociologici delle tradizioni socialista e comunista. Ciò potrebbe far aggrottare la fronte a molti lettori di estrazione europeo-continentale, c’est à dire hegeliano-storicista, ma la cosa ha l’indubitabile pregio di evitare di discutere della supposta teleologia storica (ossia della ipotetica “inevitabilità del socialismo”) e anche di prender parte ai lunghi e pedanti dibattiti sul carattere più o meno “produttivo” di questo o quello spezzone della classe lavoratrice mondiale. D’altro canto, l’approccio etico-economico al problema del socialismo come “società giusta” non è così inconsueto nel mondo anglo-sassone, sia nella sua variante liberal-socialista (si considerino, per esempio, John Stuart Mill nel XIX secolo [4] o John Rawls [5] nel XX), sia in quella più schiettamente post-capitalista di Gerald Allan Cohen [6] e di John E. Roemer [7]. Non è infatti un caso che tali ultimi due autori, inizialmente autodefinitisi “marxisti analitici” (o anche, mediante un termine intraducibile, “no-bullshit marxists”), approdano in qualche modo a una forma modernizzata di etica kantiana, da sempre contrapposta all’approccio hegeliano, la quale sembra, una volta ritrapiantata da Giacomo Corneo in terra tedesca, rinverdire i fasti del vecchio “socialismo neokantiano” di fine ‘800 o anche dell’austromarxismo del periodo interbellico. Orbene, se l’anelito al socialismo è un fatto principalmente di equità e di giustizia retributiva, allora il suo carattere storico e sociologico perde molta importanza e dunque la Repubblica [8] di Platone (V-IV sec. a.C.), l’Utopia [9] di Tommaso Moro (1478-1535) e l’Anarchia [10] di Pëtr Alekseevič Kropotkin (1842-1921) possono essere discusse dall’uomo d’oggi e confrontate direttamente tra loro senza infingimenti retorici. Ovviamente a una rigorosa teoria filosofica della “giustizia retributiva”, va sempre affiancata, come altro metro di misura, una altrettanto rigorosa teoria economica dell’efficienza, pena lo scivolare nuovamente nell’utopismo dei suddetti “socialisti ingenui” da Platone a Pëtr Alekseevič Kropotkin (passando per Tommaso Moro, Tommaso Campanella, Étienne Cabet, Claude-Henri de Rouvroy de Saint-Simon, Robert Owen, Charles Fourier ecc.). In entrambi gli ambiti, Giacomo Corneo mostra invero una grande maestria, ma è necessario procedere anche qui a un importante distinguo metodologico. Il metro etico che, come abbiamo visto, è di tipo essenzialmente retributivo, ben si innesta nella tradizione “radical” statunitense che distingue tre tipi di “giustizia” [11]: (1) Quella liberal-conservatrice per cui una società è detta “giusta” se ricompensa ogni cittadino in base ai fattori produttivi che questi apporta al processo di creazione e di distribuzione della ricchezza sociale. Ovvero, chi ha proprietà le investirà sotto forma di capitale, chi non le ha dovrà necessariamente elargire la sua forza-lavoro che verrà remunerata in forma salariale. È il modello economico marginalista di John Bates Clark [12] assurto a norma morale, ma, ça va sans dire, siamo anche giunti alla santificazione della proprietà privata ereditaria e, quindi, agli antipodi di un qualsivoglia socialismo. (2) Più intrigante, ma ugualmente antisocialista (sebbene in modo sottile), è l’approccio liberal-progressista suggerito recentemente, tra gli altri, da Ralf Dahrendorf [13] e basato sul duplice concetto di opportunità e di merito. La società è detta “giusta” se garantisce a tutti, a prescindere dal censo, l’opportunità di far emergere e valere i propri meriti e i propri talenti. Più prosaicamente, si dovrà ricompensare ogni cittadino in base ai risultati conseguiti grazie alle sue qualità (intellettuali, artistiche, volitive ecc.), ma non mediante la fortuna o la ricchezza ereditata, nell’ambito del processo di creazione e distribuzione della ricchezza sociale. Tale approccio, de facto utopico, solletica un certo senso innato di giustizia tipico della classe media (“È proprio giusto premiare il merito!”), ma in realtà non è filosoficamente sostenibile in quanto una larga parte dei talenti non è dovuta all’impegno del singolo, ma a un’imponderabile distribuzione originaria, forse persino di natura genetica. Come si potrebbe dire scherzosamente «sono distribuiti in maniera casuale alla nascita, come se una cicogna li lasciasse cadere nelle culle insieme ai neonati». In ultimo (3), vi è la visione socialista, dove una società è detta “giusta” se premia l’impegno di ciascuno nel processo di produzione e di distribuzione di beni e servizi. Tale impegno in epoca vetero-industriale era spesso valutato in semplici termini di ore di lavoro, da cui l’adagio marxista: “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”. Oggigiorno, data l’estrema settorializzazione del processo lavorativo, sarebbe assurdo equiparare un’ora di lavoro impiegatizio con un’ora passata in fonderia oppure in una sala operatoria; per cui è assai naturale che si parli più genericamente di “impegno”, valutabile caso per caso.

Per quello che riguarda il secondo metro di giudizio, ossia quello economico, Giacomo Corneo è invece in linea con la microeconomia accademica secondo una modalità piuttosto ortodossa. In altri termini, l’autore sposa implicitamente un criterio di efficienza economica costruito sul modello dell’homo oeconomicus qui declinato come il “consumatore razionale” con i suoi cinque postulati [14]: (i) il consumatore è sempre in grado di scegliere tra due panieri di beni e servizi (completezza); (ii) se il paniere A è preferito al paniere B e quest’ultimo è preferito al paniere C, allora A è sempre preferito a C (coerenza); (iii) dato un qualsiasi paniere A è sempre possibile costruirne uno A’, egualmente preferito, che contenga più beni e servizi di certi tipi e meno beni e servizi di altri tipi (continuità); (iv) un paniere A è sempre preferito a un altro se contiene più beni e servizi di almeno un tipo e non minori beni e servizi dei rimanenti tipi (non sazietà); (v) dati due panieri indifferentemente preferiti A e B, ogni combinazione C tra i due è preferita (convessità). Ovviamente, anche in questo caso, molti lettori socialisti avranno parecchie perplessità relativamente a questo approccio, sia per ciò che concerne la validità in sé del modello del “consumatore razionale”, sia per il fatto che esso viene supposto come dato una volta per tutte (quasi fosse parte della natura umana) e non come il portato comportamentale di un determinato modo di produzione. In effetti il nostro autore neutralizza in parte la prima obiezione quando, avendo introdotto la teoria dei giochi, può indebolire alcuni aspetti della razionalità del consumatore, specie per ciò che riguarda la sua supposta onniscienza dei fenomeni del mercato e, quindi, la sua capacità effettiva di compiere in ogni momento scelte ottimali di consumo, anche se va ammesso che il suo carattere di homo oeconomicus non verrà mai posto seriamente in discussione dal nostro autore. Più interessante è la reazione implicita di Giacomo Corneo alla seconda obiezione quando tratta del problema del “comunismo”, ovvero di una società dove l’identificazione tra benessere dell’individuo e interesse della collettività sia così forte per cui il lavoro è esclusivamente volontario e l’accesso ai consumi del tutto libero. Qui viene espresso un forte scetticismo, basato sul fallimento storico dei vari modelli di vita interamente comunitaria (sia religiosi che laici), ma soprattutto viene ribadito il totale disinteresse per l’argomento. In un certo senso, l’autore non è completamente nel torto perché afferma chiaramente che, se pure una futura società comunista potrebbe esser composta da cittadini ormai totalmente volti al bene comune, ciò avverrebbe solo a seguito di una società socialista lungamente preesistente che abbia permesso di modificare profondamente la coscienza di generazioni di cittadini. E come costruire tale società socialista se non con l’elemento umano di oggi il cui comportamento medio sembra combaciare piuttosto bene con quello dell’homo oeconomicus, essenzialmente individualista, edonista e consumista? Ma allora, qualcuno potrebbe domandare come tenere insieme la tensione etica per la giustizia distributiva con l’edonismo del “consumatore razionale”. La risposta di Giacomo Corneo è spiazzante e lapidaria: il socialismo di mercato (descritto brevemente nella 4a sezione di questo articolo) avrà un futuro solo se dimostrerà di essere non solo più “giusto” del capitalismo attuale, ma anche più efficiente nella elargizione di beni e servizi alla maggioranza della popolazione.

 

 

3)  Cosa non va nelle varie concezioni di socialismo?

 

Tralasciando le stroncature dei semplici modelli sociali utopici di Platone, Tommaso Moro e Pëtr Alekseevič Kropotkin, ai quali si è fatto un breve accenno nella sezione precedente, vogliamo ora rivolgere la nostra attenzione alle importanti critiche di Giacomo Corneo ai due principali filoni che hanno ispirato il movimento socialista a partire dal 1848, ossia quello statalista-dirigista e quello cooperativista-mutualista. Il primo filone, spesso associato in modo un po’ frettoloso a Karl Marx e Friedrich Engels a causa del loro celebre “Manifesto del Partito Comunista” [15], deve in realtà la sua importanza alle esperienze novecentesche della Rivoluzione russa e di quella cinese, filtrate negli scritti di Vladimir Il’ič Lenin, Lev D. Trockij, Iosif V. Stalin e Mao Tse-Tung. Esso ha tuttavia un’origine molto precedente e rimonta essenzialmente alle idee dello storico e politico Louis Blanc (1811-1882), sistematizzate in modo teoricamente più rigoroso dall’economista Constantin Pecqueur (1801-1887) [16] a ridosso della Seconda Repubblica Francese. Il secondo filone, invece, è spesso associato alle concezioni di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) [17], ma ha subito molte rielaborazioni teoriche nel corso del XX secolo, le più importanti delle quali sono quelle di Benjamin N. Ward, Jaroslav Vaněk e Branko Horvat, anche se la sua implementazione pratica più significativa si è avuta col modello jugoslavo di autogestione socialista fra il 1950 e il 1988. Ma iniziamo dalla critica di Giacomo Corneo al cosiddetto progetto “real-socialista” statalista che, prendendo come modello l’URSS dal 1928 al 1991, potrebbe essere grossolanamente sintetizzato come segue:

(a) proprietà statale delle medie e grandi industrie, del commercio all’ingrosso, della finanza, delle banche e delle assicurazioni;

(b) monopolio del commercio estero e valuta non convertibile;

(c) agricoltura centralizzata in grandi fattorie, statali o cooperative;

(d) pianificazione economica e regime di prezzi fissati o, comunque, controllati.

L’autore parte dal punto (d), quello finale, ovvero dal pianificatore, che è colui il quale tiene in mano le redini del sistema economico, registrando le effettive possibilità produttive e le preferenze sociali di consumo, ma, soprattutto, ipotizzando gli scenari economici futuri. Il suo scopo è infatti quello di fissare l’ampiezza e la tipologia della produzione di tutte le imprese pubbliche e la successiva distribuzione delle merci ottenute, sia che esse vengano destinate al consumo delle famiglie, sia che servano come mezzi di produzione per altre imprese pubbliche, differenziando in quest’ultimo caso i beni intermedi da quelli di investimento. È evidente che questa attività implichi anche la determinazione del tipo e della quantità di beni e di servizi che spettano a ogni lavoratore in base alle sue caratteristiche specifiche (età, professione, ore lavorate, composizione familiare ecc.), ma, d’altro canto, in una società socialista tale determinazione dovrebbe essere influenzata democraticamente dalla maggioranza dei lavoratori stessi. La programmazione della produzione e della distribuzione dovrebbe (ma storicamente spesso non è stato così…) venir tradotta in un piano coerente in cui i beni e i servizi fabbricati in ogni unità di tempo convenzionalmente scelta coincidano nel modo più accurato possibile con i consumi e gli utilizzi necessari. Certo, chi ha in mente i paesi del “socialismo reale” aggrotterà la fronte, notando profonde differenze tra il sistema economico “idealtipico” descritto da Giacomo Corneo e quelli effettivamente realizzati nel XX secolo, non solo per i residui ruoli attivi attribuiti al mercato e alla moneta, ma anche per il carattere largamente antidemocratico della pianificazione storicamente esistita. Purtuttavia restano in comune tre caratteristiche che contrappongono questo tipo di sistemi pianificati all’economia capitalistica di mercato:

(i) l’operare in modo centralizzato dell’economia di piano in opposizione alla decentralizzazione dell’economia di mercato;

(ii) il carattere statalmente imposto delle decisioni economiche del piano (verticalità) contro il carattere volontario del mercato (orizzontalità);

(iii) la tendenza del piano a una coordinazione esplicita ex ante, mentre nel mercato la coordinazione viene di norma realizzata ex post, cioè attraverso una serie di aggiustamenti nel comportamento dei vari soggetti economici.

 

A questo punto il nostro autore fa un importante excursus storico relativo alla critica economica ai sistemi collettivisti centralmente pianificati, la quale viene fatta iniziare convenzionalmente nel lontano 1908 con il celebre saggio di Enrico Barone intitolato “Ministro della produzione nello Stato collettivista” [18]. Qui vengono messe in luce per la prima volta le regole che un pianificatore dovrebbe seguire per allocare le risorse in modo non solo efficiente, ma anche maggiormente soddisfacente dal punto di vista del benessere collettivo. Due furono i risultati importanti di Enrico Barone: in primo luogo, che il problema della pianificazione collettivista è formulabile in maniera coerente mediante i metodi dell’economia marginalista e ammette (sotto alcune condizioni) soluzioni ragionevoli. Secondariamente, che tale soluzione (sempre sotto certe ipotesi) è analoga a quella fornita dall’equilibrio economico di Léon Walras per un’economia capitalista dotata di un mercato con concorrenza perfetta e (punto spesso dimenticato dagli apologeti del capitale…) con dotazioni iniziali degli agenti economici distribuite in maniera appropriata. Naturalmente il discorso di Barone era strettamente teorico, non dissimile da un esercizio matematico di quella che nel 1947 sarebbe stata chiamata da George Dantzig la “Programmazione Lineare”, ovvero la determinazione di un’allocazione delle risorse che massimizzi una certa funzione di benessere sociale, vincolata dalla tecnologia e dalle risorse preesistenti. Molto poco veniva detto circa la fattibilità pratica di una tale allocazione, argomento su cui si appuntarono le critiche di due noti economisti austriaci nel periodo interbellico, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, sostenendo che il pianificatore deve essere anche dotato di poteri quasi divini, l’onniscienza e l’onnipotenza, per poter esprimere numericamente i dati del suo problema, calcolarne poi la soluzione mediante milioni di equazioni e, infine, assicurarsi che il suo piano sia scrupolosamente rispettato da tutti i soggetti economici. Ciò che Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek in effetti sostenevano era l’impossibilità di sostituire il mercato con le sue innumerevoli interazioni dirette tra soggetti produttori e consumatori, tra venditori e compratori, con uno schema rigido, predeterminato e imposto dall’altro. Chi avesse voluto raccogliere la sfida avrebbe dovuto dimostrare che, al contrario, esistevano meccanismi per i quali il pianificatore avrebbe avuto bisogno solo di alcune informazioni iniziali, ma non di una conoscenza assoluta e perfetta delle capacità economiche di ogni singola unità produttiva e delle preferenze di ogni singolo cittadino consumatore. In matematica tali approcci esistevano già dai tempi di Isaac Newton e venivano usati per la soluzione di problemi non affrontabili in modo diretto, essendo basati sul concetto d’iterazione, ossia di cicli di approssimazioni sempre più precise dell’obiettivo cercato, ottenute mediante il metodo della “prova ed errore”.

Partendo dal pionieristico contributo di Kenneth Arrow e Leonid Hurwicz del 1960 [19], alcuni economisti socialisti (Oskar Lange, Maurice Dobb, Abba Lerner ecc.) approntarono teoricamente i procedimenti iterativi che avrebbero permesso al pianificatore, nonostante uno scambio limitato di informazioni sia con le imprese sia con i consumatori, di formulare un piano ottimale tramite calcoli non troppo complessi. Esso si avvaleva dei cosiddetti “prezzi-ombra”, ossia di una serie di prezzi fittizi che servivano solo da stima provvisoria del valore delle risorse economiche, ma che non andavano in alcun modo a incidere sui poteri d’acquisto reali. Il primo passaggio della procedura (“A”) è la stesura di una lista completa di prezzi-ombra per ogni bene e ogni servizio disponibile. Tale lista è comunicata alle imprese che prendono atto dei prezzi-ombra di tutti i loro input (cioè le materie prime e quelle semi-lavorate, l’ammortamento dei macchinari, i trasporti, i vari tipi di lavoro necessari e il monte-ore richiesto ecc.) ed elaborano ipotetici piani di produzione, contenenti un elenco delle quantità di prodotti che l’impresa ritiene di produrre nel periodo prefissato e le quantità dei diversi input necessari allo scopo. Ovviamente sono possibili diversi piani economici, ma ogni impresa è tenuta per legge a presentare quello che le garantirebbe (usando i prezzi-ombra) il profitto ipotetico maggiore. Parlando in modo micro-economicamente rigoroso esso sarebbe il piano che massimizza la differenza tra il valore-ombra dei prodotti e i costi-ombra dei fattori produttivi impiegati. Il pianificatore può così facilmente calcolare l’offerta ipotetica complessiva di ciascun bene e servizio, nonché la domanda ipotetica complessiva di ciascun bene e servizio intermedio da parte delle imprese. La prima sarà la somma delle quantità di quel bene (o di quel servizio) previste dai suoi produttori. La seconda sarà la somma delle quantità di quel bene (o di quel servizio) indicate dalle imprese che lo userebbero come loro input. La stessa cosa può esser fatta per i beni di consumo spettanti alle famiglie dei lavoratori. Di norma domanda e offerta non saranno mai puntualmente uguali al primo tentativo: ci saranno sempre alcuni prodotti per cui l’offerta supera la domanda ed altri per cui avviene il contrario. Per questo motivo il pianificatore ritoccherà la lista dei prezzi-ombra mediante una regola semplicissima: se per un certo prodotto la domanda è maggiore dell’offerta il prezzo-ombra andrà aumentato, se invece è l’offerta a superare la domanda esso verrà ridotto. Lo stesso andrà fatto con i salari orari delle varie tipologie di lavoro. A questo punto si ripeterà tutta la procedura a partire dal punto “A”, ma con una nuova lista di prezzi-ombra. I cicli si susseguiranno ancora fino a che i prezzi-ombra finali equalizzeranno l’offerta ipotetica e la domanda ipotetica per ogni bene e per ogni servizio esistenti. Inoltre, Kenneth Arrow e Leonid Hurwicz dimostrarono che (sotto certe condizioni) questa procedura converge a un piano centralizzato che non è solo tecnicamente coerente, ma anche socialmente ottimale. Gli economisti Friedrich von Hayek e Ludwig von Mises, almeno dal punto di vista strettamente formale, erano stati sconfessati: la pianificazione centralizzata sembrava funzionare anche se il pianificatore possedeva solo poche informazioni e le sue capacita di calcolo erano basate su un’aritmetica elementare.

 

Tuttavia, mai come in questo caso, si può ben dire che il diavolo si annidi nei dettagli. Nella fattispecie nei dettagli della teoria dei giochi, osserva Giacomo Corneo. Infatti, Oskar Lange e i suoi colleghi presupponevano che le informazioni richieste dal pianificatore relativamente ai piani ottimali di produzione delle imprese, venissero sempre trasmesse senza alcuna distorsione. Ma è davvero realistica tale ipotesi? Poiché sotto il socialismo il profitto delle imprese è solo fittizio (cioè, esso non arricchisce né i manager né i dipendenti), la singola impresa avrebbe un forte interesse a mentire al pianificatore, comunicandogli non il programma di produzione che massimizza il suo profitto ipotetico, ma quello che è effettivamente realizzabile con il minimo sforzo. Ora, il pianificatore può controllare ex-post (anche se con una certa fatica) l’ottenimento dei risultati di un determinato programma di produzione, ma non può certo verificare la correttezza delle affermazioni di ogni singola impresa riguardo all’ipotetico piano di produzione che massimizza i suoi profitti-ombra. Se lo potesse fare sarebbe, per l’appunto, onnisciente. Ma se le imprese falsificano in questo modo i loro piani di produzione, la procedura di Harrow-Hurwicz perde completamente le sue proprietà di efficienza economica.

 

Secondo Giacomo Corneo il problema appena citato potrebbe essere facilmente ricondotto ai risultati ottenuti dalla microeconomia, a partire dagli anni ’70, relativi l’allocazione delle risorse in presenza di condizioni d’informazione asimmetrica. Nel gergo economico si tratta del problema del cosiddetto mechanism design, ossia lo studio delle possibilità di un leader di stabilire regole del gioco istituzionali per i propri collaboratori, tali da indurli a rivelare le loro informazioni private per mettere in atto un’allocazione delle risorse ottimale (ovviamente, dal punto di vista del leader). Viene introdotto allo scopo in concetto di vincolo d’incentivo che purtroppo non possiamo approfondire data la natura divulgativa del nostro scritto. Quello che tuttavia è facilmente affermabile è che i procedimenti del tipo di quelli suggeriti da Arrow e Hurwicz sono dei meccanismi che violano i vincoli d’incentivo; sono quindi subottimali nell’allocazione delle risorse e, almeno teoricamente, peggiori di un’economia capitalista con concorrenza perfetta in cui lo Stato imponga tasse e sussidi in modo da soddisfare i vincoli d’incentivo. Questo è un punto molto importante e particolarmente dolente per tutti i sostenitori di un’economia socialista centralmente pianificata: un pianificatore in condizioni d’informazione asimmetrica, almeno secondo la teoria dei giochi, non può fare meglio di un’autorità fiscale che abbia accesso alle medesime informazioni in un regime di economia di mercato. In altre parole: i problemi d’incentivo al lavoro e all’innovazione a cui deve fare fronte la redistribuzione del reddito in un’economia di mercato a concorrenza perfetta non sarebbero alleviati in un’economia che si affidasse alla pianificazione centralizzata, ma addirittura peggiorati! Dopo poco meno di un secolo, i risultati teorici del mechanism design sembrano corroborare le tesi di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, almeno in certi ambiti, e purtroppo alcune recenti ubriacature giornalistiche relative a una possibile rinascita della pianificazione mediante i grandi progressi tecnologici nel calcolo e nella gestione dell’informazione dimenticano che il principale deficit della pianificazione socialista centralizzata non è deriva dallo stato della tecnologia, ma da quello della morale pubblica, ovvero dalla (mancanza) di onestà nella trasmissione delle informazioni economiche al pianificatore.

 

Nel capitolo successivo il nostro autore passa ad analizzare il modello socialista basato sull’autogestione dei lavoratori, un altro sistema economico in cui i mezzi di produzione sono di proprietà dello Stato, ma dove, questa volta, i diritti del loro utilizzo sono temporaneamente ceduti ai lavoratori che determinano democraticamente le decisioni relative alla loro impresa, in modo non dissimile da come avviene nelle cooperative esistenti all’interno delle economie capitaliste. In effetti le imprese autogestite sono state pensate per lavorare all’interno di mercati per l’acquisto e la vendita delle merci e, soprattutto, esse dovrebbero decidere in modo autonomo il reclutamento e il licenziamento dei lavoratori-cooperanti. Si noti quindi che, diversamente da un’economia centralmente pianificata, qui la moneta non è solo una comoda unità contabile (per esempio, per stabilire i “prezzi-ombra”), ma determina effettivamente anche la dinamica degli input e degli output della singola azienda che agisce sul mercato. D’altro canto, in modo analogo alle economie capitaliste miste pubblico-private, lo Stato si riserva il diritto di svolgere i compiti di pianificazione generale mediante le tipiche politiche macroeconomiche (incentivi, finanziamenti agevolati, sgravi fiscali, costruzione di infrastrutture ecc.) in modo, per esempio, da favorire lo sviluppo strutturale delle zone meno favorite. Pure nel caso dell’economia socialista autogestita vari autori (per esempio, Benjamin N. Ward) hanno effettuato studi analoghi a quelli di Enrico Barone e successori sulla pianificazione, confrontandola con un’economia di mercato a concorrenza perfetta di tipo walrasiano. Anche per l’autogestione è stata dimostrata un’equivalente efficienza teorica nell’allocazione delle risorse a condizione che tale economia autogestita si trovi in condizioni di equilibrio di lungo periodo e che le imprese autogestite paghino allo Stato il valore delle loro rendite.

 

Tuttavia, Giacomo Corneo ci ricorda subito come, al di là dell’aspetto generale, anche l’economia autogestita soffra di seri difetti sia nell’allocazione delle risorse sia nella distribuzione dei prodotti, per esempio generando disoccupazione e creando grosse diseguaglianze di reddito, in quanto un’impresa autogestita non opera per il bene della comunità, ma solo nell’interesse dei cittadini che ne fanno effettivamente parte. Questo implica immediatamente che nuovi lavoratori possono essere ammessi all’impresa cooperativa se e solo se tale manovra serve ad aumentare i redditi di chi è già socio. In modo micro-economicamente più rigoroso, si dirà che l’impresa cooperativa autogestita realizza il volume occupazionale che massimizza il reddito medio dei soci, il quale, come semplice corollario, apparirà diverso da impresa a impresa, anche a parità di qualifica e di ore lavorate. Inoltre, nulla garantisce che la produttività marginale [20] del lavoro sia eguale nelle varie imprese, né che le scelte occupazionali delle aziende autogestite rispondano alla eventuale crescita del numero di persone in cerca d’impiego. Giacomo Corneo riassume così in modo molto lapidario queste patologie dell’economia autogestita:

 

«Riassumendo, tale sistema tende a produrre iniquità distributiva di tipo orizzontale, inefficienza nell’allocazione dei lavoratori alle imprese e disoccupazione su grande scala.» [3].

 

In effetti, per quello che riguarda la disoccupazione, è stata anche dimostrata la tendenza delle imprese autogestite a rispondere agli aumenti del prezzo dei loro prodotti con una riduzione dell’occupazione e dei livelli di produzione, sia nel caso di mercati a concorrenza perfetta sia nel caso di quelli a concorrenza imperfetta.

 

Secondo l’autore altri seri problemi, sui quali purtroppo non possiamo dilungarci in questa sede, sono stati messi in luce dalla microeconomia circa la ripartizione del rischio reddituale (ossia rischio di non riuscire a generare i profitti attesi per il futuro) in un sistema socialista basato sull’autogestione, dato che in un tale sistema non esisterebbe un mercato dei capitali tramite il quale un individuo possa investire in più imprese e, quindi, diversificare il rischio. Al contrario, ogni individuo percepirebbe solamente i profitti generati dall’impresa di cui è socio, poiché il reddito percepito da un individuo in un sistema autogestito può essere sempre scomposto come la somma di un “salario cooperativo” e di una frazione del “profitto cooperativo”. È proprio questa seconda componente che viene vista come una sorta di reddito da capitale proveniente da un titolo specialissimo, il cui rendimento va a zero quando l’individuo cessa di essere socio dell’impresa in questione. Dal punto di vista della teoria del capitale ne risulterebbe quindi un portafoglio-titoli assai rischioso, dato che un individuo che perdesse il lavoro, cesserebbe di percepire sia il reddito da lavoro sia il reddito da capitale. Ciò si definisce di norma una gestione del rischio altamente inefficiente.

 

Ma anche dal punto di vista degli investimenti il sistema socialista autogestito mostra, almeno secondo Giacomo Corneo, talune gravi anomalie. In primo luogo, precisiamo a scanso di equivoci che quando un’impresa autogestita usa il suo reddito per investire anziché per versarlo ai suoi membri, i beni capitali così acquistati appartengono all’impresa e non ai singoli lavoratori-soci. Per tale ragione questi ultimi potrebbero facilmente tendere, tramite i loro rappresentanti, a usare il loro potere di controllo affinché l’impresa versi loro il reddito più alto possibile, generando così un livello d’investimento ovviamente subottimale. Inoltre, i lavoratori-soci godono dei frutti dell’investimento soltanto finché sono attivi e fanno parte dell’impresa. Ciò spinge l’impresa autogestita a privilegiare gli investimenti di breve periodo e a scartare tutte le opportunità d’investimento con un rendimento potenziale molto elevato ma che producano incassi positivi soltanto dopo un periodo lungo. Ne risulterebbe una distorsione non solo, come prima, nella quantità, ma ora anche nella tipologia dell’investimento. Se poi i lavoratori più maturi, ossia quelli vicini al pensionamento, arrivassero a condizionare pesantemente la direzione dell’impresa, lo stimolo a investire diverrebbe particolarmente modesto, spingendo magari a ridurre le spese di manutenzione per gli impianti e i macchinari al fine di ricevere redditi maggiori durante gli ultimi anni di attività all’interno dell’impresa autogestita.

 

 

4)   C’è un socialismo che possa funzionare davvero?

 

Quanto detto nella sezione precedente potrebbe indurre il lettore a credere che secondo la teoria economica contemporanea sia impossibile progettare un sistema socialista in grado di funzionare in modo sia giusto che efficiente. Questa opinione è in effetti già abbastanza diffusa tra i socialisti e i comunisti che spesso etichettano l’economia politica odierna come una “pseudo-scienza triste prona agli interessi del grande capitale” oppure come l’araldo di un’ideologia conservatrice del tipo TINA (“there is no alternative”). In realtà le cose, almeno secondo Giacomo Corneo, non stanno esattamente così in quanto la teoria economica non stabilisce l’impossibilità di coniugare la proprietà pubblica dei principali mezzi di produzione con l’efficienza, la sostenibilità ambientale, l’innovazione tecnologica, la giustizia distributiva e la partecipazione democratica di tutti i cittadini. Ciò che la teoria economica evidenzia è soltanto l’aspetto teorico delle disfunzioni dei modelli socialisti con pianificazione centralizzata oppure con autogestione. Da ciò scaturisce per il socialismo la necessità di dotarsi di mercati concorrenziali (al posto di un rigido piano centralizzato), popolati da imprese pubbliche guidate da un sano criterio di profitto (invece che dall’autogestione). In altre parole, Giacomo Corneo sposa completamente l’idea secondo la quale se un sistema economico socialista capace di funzionare esistesse nella nostra epoca, esso sarebbe necessariamente una qualche forma di socialismo di mercato. È ovvio che quest’affermazione desterà più di un malumore tra i lettori di tradizione marxista, ma non possiamo in questa sede analizzare tutti i pro e i contra relativi al concetto stesso di “socialismo di mercato”, suggerendo invece l’interessante dibattito a più voci contenuto nel volume “Market Socialism: The Debate Among Socialist [21], un po’ datato ma sempre ricchissimo di spunti di riflessione.

Il nostro autore, invece, procede rapidamente sulla via appena indicata, ma si trova subito a fare i conti con un acerrimo critico di tale prospettiva: lo studioso ungherese János Kornai (1928-2021), grande conoscitore e fustigatore delle economie post-belliche dell’Europa Orientale, il quale nel 1992 [22] evidenziò le distorsioni di origine politico-economica a cui può essere soggetto il socialismo di mercato. Il principale problema individuato da János Kornai nelle imprese socialiste di mercato che erano state ammesse in Ungheria durante il periodo del cosiddetto “gulyáskommunizmus” (“comunismo al goulash”,1960-1989), stava nella scarsa affidabilità dei loro vincoli di budget [23]. L’effetto di questa grave lacuna provocava un’allocazione delle risorse spesso clientelare e comunque piena di sprechi. Tuttavia, nota Giacomo Corneo, le critiche di János Kornai furono troppo poco generali, essendo molto legate al modo in cui l’Ungheria aveva cercato d’introdurre elementi di mercato in un sistema precedentemente pianificato in modo dirigista. Vari autori successivi a János Kornai (tra cui John E. Roemer e lo stesso Giacomo Corneo) hanno infatti mostrato come il cosiddetto problema del “soft budget constraint” possa essere affrontato mediante l’introduzione di un vero e proprio “mercato azionario socialista”.

Vediamo ora brevemente come funziona il modello avanzato dal nostro autore che utilizza in modo nuovo due realtà già esistenti nel capitalismo occidentale contemporaneo: il mercato azionario (cioè la borsa) e le agenzie pubbliche politicamente indipendenti. Per semplicità, in modo da chiarire la cosa al lettore italiano non più giovanissimo, immaginiamo che ci sia un’unica agenzia di questo tipo e che sia una sorta di “Nuova IRI”. In effetti, la pluralità di questi soggetti potrebbe anche essere un’opzione valida, ma lasciamo il lettore interessato ai dettagli al testo completo del libro “Oltre il capitalismo” [3].

Il punto di partenza del nostro modello socialista sta nel fatto che tutte le grandi imprese sono quotate in borsa e che la maggioranza del loro capitale (ossia più del 50%) è in mano pubblica, gestito dalla “Nuova IRI”, che dovrà essere politicamente indipendente in modo tale da escludere ogni ingerenza dei politici nelle imprese, ma anche ogni ingerenza dei manager delle imprese nella politica. Ma perché il doppio binario borsa-agenzia? La risposta ci è data da Giacomo Corneo e serve proprio a risolvere le obiezioni di János Kornai:

 

«Il controllo capitalista viene dunque meno ed è rimpiazzato da una struttura di controllo pubblico-democratico in cui gli incentivi sono calibrati per far rispettare rigidi vincoli di bilancio. Il mercato azionario viene regolamentato in maniera da esprimere una valutazione non distorta dell’operato del management delle imprese e i segnali provenienti da tale mercato vengono utilizzati per incentivare i manager. La teoria economica viene mobilitata per disegnare contratti d’incentivo ottimali. A beneficiarne sono in ultima analisi i cittadini in quanto i dividendi pagati dalle imprese all’agenzia pubblica vengono poi girati dallo Stato ai cittadini sotto forma di un dividendo sociale» [3].

 

Naturalmente non sono sufficienti la borsa e la “Nuova IRI” per costruire una società socialista di mercato: le grandi imprese dovranno anche implementare una seria forma di cogestione attraverso stabili consigli dei lavoratori. Essi secondo il nostro autore – godranno di ampi diritti all’informazione e alla partecipazione alle decisioni aziendali, definiti tenendo conto degli incentivi che potrebbero produrre mediante il sostegno dato al senso d’identificazione e di solidarietà dei lavoratori con la proprietà pubblica del capitale aziendale. Inoltre, migliorando la comunicazione tra i vari livelli della gerarchia aziendale, la cogestione consentirà di aumentare la produttività e, quindi, sia i salari sia i profitti, ovvero il dividendo sociale che è il vero fulcro della futura società socialista. In ogni caso, la ricerca del profitto non dovrà comportare né lo sfruttamento dei lavoratori, né l’inganno dei consumatori, né la devastazione dell’ambiente naturale. Così, per garantire il reale rispetto delle norme che tutelano tali interessi fondamentali, sindacati, associazioni dei consumatori e associazioni ambientaliste avranno i loro rappresentanti nelle grandi imprese, i quali saranno dotati di ampi diritti all’informazione sulle attività economiche svolte dalle imprese stesse. Questo fatto instaurerà anche un dialogo fitto e sistematico tra le grandi imprese e la società civile, il quale contribuirà alla qualità del processo legislativo fornendogli informazioni attuali e costantemente aggiornate sulle più disparate attività produttive.

 

Nel modello socialista di mercato ipotizzato da Giacomo Corneo le piccole e medie imprese

sono o private o cooperative, poiché tali tipologie d’impresa forniscono un contributo importante alla società stimolando l’iniziativa individuale (o di gruppo), producendo flessibilità nell’offerta e rinvigorendo i processi d’innovazione. Certamente è essenziale evitare la rinascita di una classe dominante capitalista e, per questo, il nostro autore immagina un meccanismo di aste obbligatorie grazie alle quali le grandi imprese socializzate possono, in determinate condizioni, cercare di acquistare alcune piccole e medie imprese private. Per esempio, qualora queste ultime superino una certa soglia, ma senza mai soffocare tutti gli incentivi all’investimento e, soprattutto, all’innovazione.

 

Riassumendo, possiamo ora menzionare i sei aspetti più importanti di un sistema socialista di mercato che rispetti i canoni della scienza economica contemporanea: 

In primis, la società si è liberata dall’élite capitalista che, grazie al controllo delle grandi imprese, ricattava e piegava la politica facendole prendere decisioni non democratiche che spesso andavano a discapito del bene comune.

Secondo, sia la distribuzione del reddito da capitale sia quella dei salari sono divenute molto più egualitarie: la prima direttamente in forza del “dividendo sociale”, mentre la seconda indirettamente per l’effetto di tale dividendo sul potere dei lavoratori in fase negoziale.

Terzo, il socialismo azionario di mercato promuove la partecipazione dei lavoratori alle scelte decisionali nei loro luoghi di lavoro attraverso il meccanismo della cogestione.

Quarto, il nuovo sistema dota la società civile (e in particolare il corpo elettorale) di un livello di trasparenza del mondo economico-finanziario enormemente superiore a quello attuale, permettendo quindi l’affermarsi di una legislazione più efficace e puntuale.

Quinto, il socialismo azionario però lascia anche un certo spazio all’autonomia individuale nell’ambito del mercato, assegnando un ruolo importante alla piccola imprenditoria privata e alle cooperative.

Sesto, si riconosce la necessità di una ferrea e netta distinzione fra la gestione commerciale e la gestione politica, presupposto obbligato per creare incentivi ed efficienza in entrambi gli ambiti. I vincoli di bilancio dovranno quindi essere molto seri e gli obiettivi non commerciali (ad esempio, quelli legati al welfare e quelli ecologici) verso cui la società vorrà indirizzare le imprese andranno implementati attraverso regole valide per ciascuna di esse, ma mai attraverso la nefasta commistione fra le imprese e la politica.

 

 

5) Conclusioni

 

Prima di esprimere le nostre brevi osservazioni conclusive, vale la pena di dare la parola, per un’ultima volta, direttamente a Giacomo Corneo, che termina così il suo articolo “L’utopia del socialismo al vaglio della teoria economica” [3]:

 

«La teoria economica aiuta a comprendere perché i sistemi economici con cui è stato tradizionalmente pensato il socialismo – pianificazione e autogestione – non siano adatti di per sé, ovvero a prescindere dall’esperienza storica fallimentare fattane in Paesi quali l’URSS e la Iugoslavia. Al contempo, la teoria economica dà indicazioni relativamente precise sul tipo di istituzioni che potrebbero invece permettere al socialismo di dotarsi di un’economia dinamica e sostenibile, in grado di contribuire a risolvere le grandi sfide con cui si confronta oggi il genere umano».

 

Siamo largamente d’accordo con questa conclusione, sia per la pars destruens (sebbene con qualche perplessità sulla stroncatura senz’appello del socialismo autogestito anche nella sua versione LMF [24]), sia per la pars construens, ma a una condizione: il modello azionario di mercato proposto da Giacomo Corneo dovrebbe esser visto più come una serie di vincoli imposti dalla teoria economica all’edificazione del socialismo che come un vero e proprio manuale d’istruzioni per tale costruzione. Non perché ci sia da parte nostra una qualche ritrosia a modellizzare una società di transizione verso il socialismo; anzi, tante volte abbiamo polemizzato su questo blog con chi non vuole sporcarsi le mani e, scimmiottando Karl Marx oltre il tempo utile, non intende “prescrivere ricette per l'osteria dell'avvenire”. Al contrario, la nostra ipoteca deriva dal fatto che quanto scrive Giacomo Corneo ci sembra accuratamente pensato per una Germania felix del periodo ante 2020, ma che forse non esiste già più: stato sociale generoso, prodotto interno lordo in crescita costante anche se non esplosiva, domanda interna cospicua trainata da salari con un potere d’acquisto stabile o addirittura in aumento, bilancia dei pagamenti in attivo, bassa disoccupazione, bassa inflazione, conti pubblici in ordine ecc. E cosa fare allora se la cosiddetta “economia sociale di mercato” non funziona più, arenatasi, per esempio, nelle secche della competizione internazionale, delle politiche daziarie e del calo di investimenti? Il grande assente di tutto il saggio (e quindi forse il punto più debole di tutto il discorso) è il ruolo dell’economia globalizzata, sia sul lato finanziario, sia su quello del commercio internazionale. Questo non è un punto di poco conto e, personalmente, ci rende un po’ scettici sulla possibilità di realizzare il “socialismo azionario di mercato in un solo paese”. La discussione, di per sé interessantissima, andrebbe portata almeno al livello europeo, se non addirittura planetario. Chiediamo quindi agli economisti socialisti contemporanei del calibro di David Schweickart, John E. Roemer e Giacomo Corneo di fare qualche altro sforzo: «Alta è la meta e il dubbio ci sconforta – sorrise – ma il voler sprona gagliardo. Lungo è il cammin, ma vigile la scorta» scriveva Amalia Guglielminetti a conclusione della sua poesia “Pellegrine” del 1907 [25].





Due moderni assertori del socialismo di mercato nell’epoca post-1989. Dall’alto verso il basso: David Schweickart, John E. Roemer.



Note e bibliografia minima

 

 

[1] Per farsi un’idea della diffusione popolare del socialismo negli USA di oggi è utilissimo l’ottimo pamphlet di Bhaskar Sunkara, Manifesto socialista per il XXI secolo (Laterza, Roma & Bari, 2021).


[2] Degni di nota sono sicuramente i recenti saggi di Thomas Piketty, Il socialismo del futuro. Cronache (Baldini e Castoldi, Milano, 2024) e di Yanis Varoufakis, Un altro presente (La nave di Teseo, Milano, 2021).


[3] Giacomo Corneo, Oltre il capitalismo. Un viaggio attraverso i sistemi economici alternativi (Rosenberg & Sellier, Torino, 2020). Per un utile sunto dell’opera si legga il breve, ma denso, saggio “L’utopia del socialismo al vaglio della teoria economica” di Giacomo Corneo in Parole-chiave, n. 6, nuova serie, 2021, pp. 87-100, che tra l’altro ha largamente ispirato il presente articolo divulgativo.


[4] John Stuart Mill, Considerazioni sul socialismo (Aracne Editrice, Ariccia (RM), 2012).


[5] John Rawls, Teoria della giustizia (Feltrinelli Editore, Milano, 1982) e La giustizia come equità (Liguori Editore, Napoli, 1995).


[6] Gerald A. Cohen, Socialismo perché no? (Ponte alle Grazie, Firenze, 2010).


[7] John E. Roemer, A Future for Socialism (Harvard U. P., Cambridge (MA), 1994).


[8] Platone, La Repubblica (Bompiani, Milano, 2009).


[9] Tommaso Moro, Utopia (Iduna, Sesto San Giovanni (MI), 2022).


[10] Pëtr Alekseevič Kropotkin, L'anarchia. La sua filosofia e il suo ideale (La Fiaccola, Ragusa,1994).


[11] Robin Hanhel, ABC's of Political Economy: a modern approach (Pluto Press, London, 2015).


[12] John Bates Clark, La distribuzione della ricchezza (Unione tipografico-editrice torinese, Torino, 1916).


[13] Ralf Dahrendorf, Per un nuovo liberalismo (Laterza, Roma e Bari, 1988).


[14] Robert H. Frank & Edward Cartwright, Microeconomia, VII edizione (McGraw-Hill Education, Milano, 2017).


[15] Karl Marx e Friedrich Engels, Il manifesto del Partito Comunista (Einaudi, Torino, 1974).


[16] Constantin Pecqueur, Théorie nouvelle d’Économie sociale et politique ou Études sur l'organisation des sociétés (Capelle Libraire-Éditeur, Paris, 1842).


[17] Pierre Joseph Proudhon, Del principio federativo (Edizioni Avanti!, Milano, 1979).


[18] Enrico Barone, Le opere economiche (Zanichelli, Bologna,1936).


[19] Leonid Hurwicz and Kenneth Joseph Arrow, Studies in resource allocation processes, (Cambridge University Press, Cambridge, 1977).


[20] Per i lettori non avvezzi alla microeconomia, ricordiamo che la produttività marginale del lavoro è definita come l’incremento di produzione che si ottiene impiegando un’unità aggiuntiva di lavoro, ma mantenendo costanti tutti gli altri fattori produttivi (cfr. Ref [14]).


[21] David Schweickart, James Lawler, Hillel Ticktin, Bertell Ollman, Market Socialism: The Debate Among Socialists (Routledge, Londra, 1917).


[22] J. Kornai, The Socialist System: The Political Economy of Communism, (Princeton University Press, Princeton, 1992).


[23] Il vincolo di budget per un’impresa è un limite finanziario che delimita le risorse disponibili per un progetto (o per un certo periodo), come il budget operativo, il budget di investimento o il budget di produzione. Si tratta uno strumento cruciale per la pianificazione strategica che influenza ogni decisione aziendale, dalle risorse necessarie ai costi, in modo da garantire che l’impresa rimanga entro limiti finanziari prestabiliti, mantenendo la sua qualità e la sua efficienza (cfr. Ref [14]).


[24] Vedasi al riguardo il nostro breve saggio “Le premesse economiche della transizione dal capitalismo al socialismo: Stato, mercato o qualcosa di diverso? - PARTE II”

https://adattamentosocialista.blogspot.com/2024/02/le-premesse-economiche-della.html


[25] Amalia Guglielminetti, Le vergini folli (Raffaelli Editore, Rimini, 2024).


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